Archivio

Navigare sicuri

9 Nov 2020

Prima di installare una app, cerca di capire quanti e quali dati verranno raccolti e come verranno utilizzati.

Ecco alcuni suggerimenti del Garante per la protezione dei dati personali.

Leggi l’informativa

– chi tratterà i tuoi dati personali e con quali finalità;

– per quanto tempo verranno conservati i dati personali che ti riguardano;

– sei tuoi dati potranno essere condivisi con terze parti per finalità commerciali o di altro tipo

Evita di:

– memorizzare nella app i dati delle credenziali di accesso (username, password, PIN) di carte di credito e sistemi di pagamento.”

Rubrica e Immagini

– Valuta sempre con attenzione se consentire l’accesso a determinate informazioni e funzionalità.

– Verifica che siano spiegati in modo chiaro dal fornitore della app tutti i possibili utilizzi delle tue immagini

Foto e video

Verifica che le persone riprese siano d’accordo a diffondere online la propria immagine ed eventuali informazioni sulla loro vita privata

Geolocalizzazione

Le app possono individuare e condividere con terzi la tua posizione e i tuoi spostamenti nel tempo, ad esempio utilizzando alcune funzioni del tuo smartphone

Minori

– Imposta un profilo ad uso limitato

– Non disattivare mai i controlli di sicurezza previsti dal tuo dispositivo

– Leggi con attenzione le descrizioni delle app che intendi installare

(Fonte Garante Privacy)

24 Feb 2020

di Carola Frediani – Guerre di rete
Off-Facebook: la tua attività fuori dal social che arriva al social
La profilazione e il passaggio di dati tra entità diverse sono così invisibili e pervasive che non mi ero mai resa conto di un dettaglio: l’app che ho sullo smartphone per fare acquisti alle macchinette del caffè e di altri generi di conforto trasmette dati a Facebook. Non ci avevo pensato perché non avevo usato il login via Facebook, né il sito del servizio, né ricordo di aver letto di connessioni nelle condizioni d’uso della app. Ad ogni modo questo è quello che avviene: la mia app trasmette quello che mangio e bevo (ma a che livello di dettaglio?) a Facebook (che ora sa che quanto ami il caffé, o le noci…). Nulla di trascendentale, ma a livello psicologico molto istruttivo.
Tutto nasce da una nuova sezione di Facebook – Off-Facebook Activity – che ora ti dice chi, fuori da Facebook (un sito, una app, una società), condivide i tuoi dati con il social network.
“L’attività fuori da Facebook è un riepilogo delle attività che le aziende e le organizzazioni condividono con noi relativamente alle tue interazioni, ad esempio quando visiti i loro siti web o utilizzi le loro app”, scrive Facebook. “Le interazioni sono le tue azioni su un’app o un sito web. Includono: l’apertura di un’app; l’accesso a un’app tramite Facebook; la visualizzazione di contenuti; la ricerca di un articolo; l’aggiunta di un articolo al carrello; un acquisto; una donazione”
Lo fa attraverso tre strumenti di Facebook per le aziende: il pixel di Facebook, l’SDK di Facebook e Facebook Login. Il Facebook Login è il più evidente, ed è probabilmente alla base di molti dei siti che troverete nella sezione Off-Facebook Activity. Ma il pixel e l’SDK sono probabilmente meno visibili, e saranno quelli che vi faranno dire: ah davvero questa app sta passando i miei dati a Facebook? Troverete app di fitness, se le usate, e app che vedono quello che mangiate.
“Ma in questo caso poco si può recriminare a Facebook”, commenta a Guerre di Rete Matteo Flora, ad di The Fool ed esperto di social media. “Il compito di segnalare l’utilizzo o meno di un tracciante è dello sviluppatore della app o del sito web, che spesso e volentieri omettono di farlo. Il problema vero è anche che se conoscere la presenza di un tracciante su un sito web è semplice, ritrovarla in una applicazione è ben più complesso e non certo alla portata di tutti. Probabilmente è questo il ragionamento che ha spinto Facebook a questa nuova funzionalità, che rimette i dati nelle mani dei proprietari”.
Qui la sezione di Facebook che vi consiglio di visitare (e si può disattivare l’attività futura): https://www.facebook.com/off_facebook_activity/activity_list

di Carola Frediani – Guerre di rete

@carolafrediani

18 Nov 2019

Il Tribunale di Bari si è pronunciato con l’ordinanza del 7 novembre scorso all’interno del procedimento civile 6359/2017, affermando che il consenso dell’interessato può essere revocato in un secondo momento. La persona ritratta può sempre cambiare idea, indipendentemente dalla liberatoria sottoscritta. E la richiesta di cancellazione deve essere esaudita.

Il giudice ha chiarito che l’immagine e la riservatezza sono due diritti assoluti e non possono subire limiti, salvi i casi cui la pubblicazione è obbligatoria per legge (esigenze di giustizia, vitali, pubblico interesse, esecuzioni contrattuali). L’entrata in vigore del Regolamento Ue 679/2016 (il Gdpr) del 25 maggio 2018 ha rafforzato questo concetto.

Così se due amici acconsentono alla pubblicazione delle proprie fotografie sui social network, un litigio successivo potrebbe giustificare la richiesta di cancellazione di quelle stesse immagini, a prescindere dalla dimostrazione del danno subito. Non conta sostenere che la posa sorridente equivalga al consenso implicito perché l’interessato può sempre cambiare idea e negare che le fotografie continuino a restare online.

Nel caso specifico su cui si è pronunciato il tribunale di Bari, oltre alle foto del ricorrente, erano state condivise su Facebook anche le immagini dei suoi figli minorenni. Ancora una volta il giudice richiama l’attenzione sulla tutela rafforzata del diritto all’immagine dei minori. Così la signora, che non si è costituita in giudizio, è stata condannata a rimuovere le fotografie, a pagare le spese processuali e, visti i rapporti anche pregressi tra le parti, a versare la somma esigua di due euro per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione dell’ordine di cancellazione.

La condotta della donna «deve considerarsi del tutto illecita poiché, a fronte della conoscenza dell’espresso dissenso dell’interessato, l’omessa cancellazione delle foto dal proprio profilo Facebook realizza un abuso dell’immagine altrui».

La pubblicazione delle fotografie che ritraggono una persona sui social network rappresenta un trattamento dei dati personali che, in base a quanto stabilito degli articoli 10 del Codice civile, 96 della legge sul diritto d’autore e articolo 6 del Gdpr non può prescindere dal consenso dell’interessato.

(Fonte Sole 24 Ore)

24 Mar 2019

Tik Tok è la nuova app che sta conquistando i giovani.  Nel 2018, TikTok è stata una delle app più scaricate nel mondo. 800 milioni di iscritti, sparsi in 150 nazioni, il 41% dei quali con un’età compresa tra 16 e 24 anni. In Italia – secondo DataMediaHub – è stata scaricata oltre 7 milioni di volte. Gli utenti attivi nel nostro Paese sono 2 milioni e 400 mila. Di questi il 65% sono donne mentre il 35% uomini. In totale, gli utenti aprono l’app in media 6 volte al giorno e per un totale di 34 minuti. Ogni mese, la media di visualizzazioni dei contenuti video presenti su TikTok è di circa 3 miliardi.

Non più muser ma tiktoker

TikTok è conosciuta anche con il nome cinese Douyin in Cina, è un social network cinese lanciato nel settembre 2016 da Zhang Yiming. Il successo della piattaforma per video cinese è dovuto anche all’inglobazione che TikTok ha fatto di Musical.ly.

L’applicazione consente agli utenti di guardare clip musicali, creare brevi clip, della durata che va da un minimo di 15 secondi fino a un massimo di 60 secondi, ai quali si possono aggiungere effetti particolari e diverse animazioni.  Gli utenti per creare i propri video musicali, scelgono la loro canzone preferita da un elenco, e possono registrare un video mentre si è intenti a ballare, cantare o recitare. “Un’esperienza personalizzata appositamente per te basata sui contenuti che guardi, ti piacciono e condi

 

vidi!” La lista musicale di Tik Tok contiene, una vasta gamma di generi musicali (hip-hop, elettronica, rock, dance) e questo garantisce una scelta maggiore. L’app trova e suggerisce all’utente le clip più rilevanti ed interessanti in base alle abitudini dell’utente, di ricerca e alle interazioni con video e creator simili, con video scelti appositamente.

Alcune di queste funzioni erano presenti già in Musical.ly, le novità di Tik Tok sono: i filtri di movimento, l’effetto “specchio deformante” della fotocamera, i filtri Vr-Type che possono essere

sbloccati con il semplice battito delle palpebre e gli effetti Chroma Key e Greenscreen che possono essere usati per creare dei bellissimi sfondi.  Le clip, oltre alla registrazione live, possono essere salvate e poi caricate da quelle salvate nella gallery del profilo. Al momento l’app è disponibile per iOS e Android.

Nelle linee guida possiamo leggere che la missione di Tik Tok è diffondere nel mondo creatività, conoscenza e momenti importanti nella vita quotidiana.

Da notare che, oltre al nome TikTok viene riportata la dicitura “include Musical.ly”, per sottolineare che le due piattaforme sono collegate.

Questione di privacy

Come quasi tutti i social, anche per TikTok bisogna avere almeno 13 anni, “DO NOT use the app if you are under 13”. Sappiamo però che questo limite può essere superato dai ragazzi inserendo una data di nascita falsa. Molti bambini, ad esempio, inseriscono l’età dei genitori.

L’app permette di avere un account pubblico, in questo modo tutti possono vedere ciò che condividono gli utenti e ottenere “Mi Piace”. Il rischio? Che i ragazzi possano essere contattati direttamente sull’app.

Se nella sezione privacy, l’utente sceglie la possibilità di creare un profilo privato, tutti i video possano essere visti solo da chi li ha creati e dai follower accettati. Con un account privato, infatti, si possono approvare o rifiutare le richieste degli utenti e limitare i messaggi in arrivo dei follower.

Il consenso privacy e la sanzione dalla FTC

La Federal Trade Commission ha multato l’applicazione TikTok con una sanzione record da 5,7 milioni di dollari per avere raccolto i dati dei minori di 13 anni senza il consenso dei genitori. E’ la più alta sanzione civile mai comminata dall’ente statunitense che regolamenta il mercato per un caso che riguarda la privacy dei bambini.

Il Children’s Online Privacy Protection Act (COPPA), parla chiaro: per gli utenti che abbiano un’età inferiore ai 13 anni è necessaria la richiesta di consenso ai genitori per il trattamento dei dati.

TikTok era a conoscenza del fatto che molti ragazzini stessero usando l’app per i video di breve durata – d’altronde, il target di riferimento, è proprio il mondo teen – ma non hanno cercato l’autorizzazione parentale prima di raccogliere nomi, indirizzi e-mail e altre informazioni personali. “Questa pena da record dovrebbe essere un promemoria per tutti i servizi online e i siti Web destinati ai bambini – ha detto il presidente della Ftc, Joe Simons – prendiamo molto sul serio l’applicazione del COPPA e non ci sarà tolleranza per le società che ignorano in modo la legge”. Sempre dalla comunicazione dell’agenzia che tutela i consumatori statunitensi si legge che, per la registrazione, venivano richiesti il numero di telefono, nome e cognome, l’immagine di profilo e una breve descrizione.

Gli account degli iscritti erano pubblici di default, il che significava che il profilo di un bambino poteva essere visto da sconosciuti. Se è vero che il sito consentiva agli utenti di modificare le impostazioni predefinite in modo che solo gli autorizzati potessero vederle, rimanevano pubbliche le immagini di profilo e le biografie. Infatti, ci furono segnalazioni in merito ad adulti che cercavano di contattare i bambini tramite l’app Musical.ly che, fino a ottobre del 2016, dava la possibilità di visualizzare vicini alla propria posizione.

Negli Stati Uniti, la legge impone che il minore di 13 anni deve ottenere il consenso dei genitori e presentarlo alla piattaforma se vuole iscriversi ai social.

In Europa, il Regolamento Europeo 2016/679 per la protezione dei dati, stabilisce all’art. 8 che, il “trattamento di dati personali del minore è lecito ove il minore abbia almeno 16 anni”. Gli Stati membri possono stabilire per legge un’età inferiore a tali fini purché non inferiore ai 13 anni.

In Italia, il D.lgs 101/2018 con il quale l’ordinamento italiano si è allineato al GDPR (settembre 2018) ha stabilito che “il minore che ha compiuto i quattordici anni può esprimere il consenso al trattamento dei propri dati personali in relazione all’offerta diretta di servizi della società dell’informazione”. Al di sotto dei 14 anni, il consenso viene autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale.

Rispetto al passato è stato fatto qualcosa, certamente bisognerà verificare come questo obbligo verrà controllato.

27 Ago 2018

La messa in rete su un sito Internet di una fotografia, liberamente accessibile su un altro sito Internet con l’autorizzazione dell’autore, necessita di una nuova autorizzazione da parte di tale autore.

Infatti, con siffatta messa in rete, la fotografia viene messa a disposizione di un pubblico nuovo.

La corte di Giustizia Europea con sentenza del 7 agosto 2018 resa nella causa C-161/17, ha fornito la corretta interpretazione della nozione di “comunicazione al pubblico”, ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29/CE sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione.

La messa in rete su un sito Internet di una fotografia precedentemente pubblicata su un altro sito Internet, va qualificata come “messa a disposizione” e, di conseguenza, come “atto di comunicazione”. Pertanto necessita di una nuova autorizzazione dell’autore.

La domanda di pronuncia pregiudiziale sottoposta ai giudici europei è stata presentata nell’ambito di una controversia che vedeva coinvolto un fotografo che aveva autorizzato i gestori di un sito Internet dedicato ai viaggi a pubblicare sul loro sito una delle sue foto. Un’alunna di un istituto scolastico, ha scaricato la foto in oggetto a partire da tale sito (dove essa era liberamente accessibile) per illustrare un progetto scolastico. Quest’ultimo è stato in seguito pubblicato sul sito Internet della scuola.

Per questa ragione il fotografo ha intrapreso un’azione dinanzi ai giudici tedeschi per vietare di riprodurre la sua foto. Altresì, ha reclamato il pagamento di una somma di € 400 a titolo di risarcimento danni.

A tale riguardo, il fotografo ha sostenuto di aver concesso un diritto d’uso solamente al gestore del sito Internet di viaggio e ha affermato che la messa in rete della fotografia sul sito Internet della scuola, costituisce una violazione del suo diritto d’autore. In tale contesto, il Bundesgerichtshof (Corte federale di giustizia, Germania) ha chiesto alla Corte di giustizia di interpretare la direttiva sul diritto d’autore, ai sensi della quale l’autore di un’opera ha, in linea di principio, il diritto esclusivo di autorizzare o vietare la comunicazione dell’opera al pubblico.

Innanzitutto, la Corte ricorda che una fotografia può essere protetta dal diritto d’autore alla condizione che essa costituisca una creazione intellettuale dell’autore, che ne rifletta la personalità e si manifesti attraverso le scelte libere e creative di quest’ultimo nella realizzazione di tale fotografia.

Quindi, ogni utilizzazione di un’opera effettuata da un terzo in assenza del previo consenso dell’autore deve essere considerata lesiva dei diritti dell’autore di detta opera.

Il problema nel caso in esame è se la messa in rete su un sito Internet di una fotografia precedentemente pubblicata su un altro sito Internet (la fotografia era stata copiata, tra i due caricamenti in rete, su un server privato), deve essere qualificata come «messa a disposizione» e, di conseguenza, come «atto di comunicazione».

La messa in rete di un’opera protetta dal diritto d’autore su un sito Internet diverso da quello sul quale è stata effettuata la comunicazione iniziale con l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore, nelle circostanze come quelle di cui trattasi, dev’essere qualificata come messa a disposizione di un pubblico nuovo. Il pubblico preso in considerazione dal titolare del diritto d’autore nel momento in cui ha autorizzato la comunicazione della sua opera sul sito Internet sul quale quest’ultima è stata inizialmente pubblicata, è costituito dai soli utilizzatori di detto sito, e non dagli utilizzatori del sito Internet sul quale l’opera è stata successivamente messa in rete senza l’autorizzazione di detto titolare e dagli altri internauti.

Un sito differente si rivolge ad un pubblico differente, anche se i mezzi tecnici di comunicazione sono i medesimi.

Cosa diversa sarebbe stato se l’alunna avesse utilizzato solo un collegamento ipertestuale (un link) che avesse rimandato direttamente alla fotografia. In questo modo, i diritti del titolare sarebbero stati tutelati.

Infine, il fatto che il titolare del diritto d’autore non avesse posto restrizioni alle possibilità di utilizzo della fotografia da parte degli internauti non è rilevante.

(Corte di Giustizia UE, Seconda Sezione, sentenza 7 agosto 2018, causa C-161/17)

21 Gen 2018

Il Garante per la protezione dei dati personali lancia una nuova scheda informativa con alcune semplici regole da seguire per far divertire i propri figli senza esporli a violazioni della propria riservatezza. Ad esempio, informandosi su quali e quanti dati potrebbe raccogliere e trattare il giocattolo e per quali finalità, spegnendolo o disconnettendolo dalla rete quando non viene utilizzato, impostando password di accesso sicure per la connessione a Internet dello smart toy, ed eventualmente anche per l’accesso al giocattolo o alla app che lo gestisce.

“Gli smart toys sono giocattoli capaci di interagire (tramite microfoni, fotocamere, sistemi di localizzazione e sensori) con le persone e con l’ambiente circostante e di connettersi alla rete per navigare online e comunicare con smartphone, tablet, pc, altri smart toys.”

Parliamo quindi di bambole, peluche, robot e giochi educativi – ma anche di altri dispositivi per bambini, come i baby monitor – progettati per rapportarsi attivamente con gli esseri umani e, in molti casi, in grado di compiere automaticamente varie operazioni, come registrare suoni, scattare foto, girare video e collegarsi con web e social network.

Occorre quindi ricordare che – per quanto giochi divertenti e a volte anche con funzioni educative –  gli smart toys sono pur sempre strumenti che raccolgono, elaborano e comunicano dati e informazioni, con possibili rischi per la privacy, soprattutto quella dei minori.

Ecco poche semplici regole:

  1. Cerca di essere “smart” anche tu: informati su quali e quanti dati tratterà il giocattolo
  2. Non “dire” troppe cose allo smart toy
  3. Password, impostazioni privacy e sistemi antivirus per un gioco sicuro
  4. Se non lo usi, spegnilo
  5. Social, ma non troppo
  6. Se dai via il giocattolo, non dare via i tuoi dati
  7. Giocattoli a prova di privacy

Il Garante, infine, ha ritenuto di dover ricordare ai produttori di questi giocattoli come il Codice privacy, in particolare l’art. 3, e il nuovo Regolamento UE/2016/679 in materia di protezione dati, in particolare l’art. 25, prevedano che i sistemi elettronici siano prodotti e configurati per ridurre al minimo la raccolta e il trattamento di dati personali (privacy by design e privacy by default).

Fonte: http://www.garanteprivacy.it/iot/smarttoys

10 Dic 2017

Ogni volta che un colosso del mondo digitale annuncia un progetto «per i bambini», istintivamente siamo portati, se non a gioire, almeno a tirare un respiro di sollievo. Anche i meno tecnologici tra noi hanno infatti capito che ormai web e social sono parte delle nostra vita. E l’idea che qualcuno crei una sorta di ‘area protetta’ per i nostri figli, non può che farci piacere. Le cose però sono molto più complicate di come appaiono. L’annuncio secondo cui Facebook ha creato Messenger Kids, una versione semplificata di Facebook Messenger destinata ai minori di 13 anni (che permette di chattare e inviare foto e video come WhatsApp), dovrebbe farci riflettere su due punti. Il primo: dopo la polemica sulle fake news e l’odio online, Facebook sta facendo di tutto per apparire un social ‘buono’ e utile. Secondo punto: i colossi del web vogliono a tutti i costi il pubblico dei bambini.

Perché sono il futuro. Perché già oggi è facile trasformarli in consumatori ‘bisognosi’ di giocattoli e regali. Perché producono fatturato. Perché sono una risorsa molto preziosa. Per i bambini, poi, le tecnologie sono strumenti quotidiani che vedono già alla nascita. Qualcosa quindi di perfettamente normale. Con tutti i vantaggi e i pericoli che questo comporta. E poi ci sono i genitori (gran parte di noi). Tanto preoccupati quanto (spesso) tecnologicamente arretrati. Adulti che sognano che un algoritmo, un’app, uno strumento, un ‘qualcosa’ crei un’area protetta per i bambini e ci faccia dormire sonni tranquilli.

Per questo sono nati YouTube Kids, Kiddle (una sorta di Google per i bambini) e Family Link di Google, che avrebbe dovuto permettere ai genitori di controllare meglio i figli online. Per questo, già da anni Facebook ha persino pensato a un social per bambini, depositando un brevetto per una specie di sistema di ‘controllo’ che permetta la sorveglianza del profilo del proprio figlio da parte dei genitori. Per questo ora arriva Messenger Kids, «a cui i bambini si possono iscrivere con l’account dei genitori, così saranno mamma e papà ad autorizzarne l’uso e a decidere con quali contatti i figli potranno scambiare messaggi e lanciare videochat, anche di gruppo. La chat non prevede pubblicità, né la possibilità di fare acquisti e nemmeno la possibilità di far sparire i messaggi o nasconderli nel caso in cui i genitori volessero controllarli».

Così, mentre gli adulti si sentono più tranquilli, Facebook abbatte un altro importante muro: il divieto ai minori di 13 anni di iscriversi a un servizio simile. La soglia minima dei 13 anni è stata decisa in America dal Children Online Privacy Protecion Act del 1998. Una legge che non protegge in toto i bambini da social e app, ma regola l’uso da parte dei gestori dei dati digitali dei minori di 13 anni, rendendoli così complicati e costosi da raccogliere al punto da indurre le società a tenersene alla larga. Fino a poco fa, tuttavia. Non a caso Messenger Kids informa che «le informazioni raccolte sui bambini non saranno usate per fare pubblicità».

Ma verranno raccolte e utlizzate comunque. Su minori di 13 anni. Il trucco è che avverrà con la ‘complicità’ dei genitori. È questo il punto nodale: la decisione di come far usare ai minori gli strumenti digitali non spetta ai bambini (anche se sono molto più tecnologici di tanti adulti), ma ai genitori, agli educatori, agli insegnanti. Ed essi, per farlo al meglio, devono studiare le nuove tecnologie. In questo senso, all’orizzonte c’è una data importantissima: il 25 maggio 2018, fra sei mesi circa, diventerà definitivamente applicabile in via diretta in tutti i Paesi Ue il ‘Regolamento europeo in merito alla protezione dei dati personali’. Stabilisce tra l’altro l’obbligo di portare da 13 a 16 anni il limite minimo per iscriversi a Facebook, Snapchat, Instagram e gli altri social (e persino per aprire una casella di posta elettronica).

Mancano solo sei mesi, eppure nessun gestore di social sembra preoccupato. Come mai? Perché la Ue ha deciso «di attribuire la facoltà alle singole nazioni di conservare la soglia dei 13 anni attualmente in vigore se lo riterranno opportuno». E c’è da scommettere che, per calcolo o anche solo per pigrizia, la maggior parte dei Governi terrà il limite attuale dei 13 anni. Salvo poi magari protestare quando la data limite per cambiare le cose sarà stata superata.

Fonte: Il social per bambini che illude i genitori

30 Nov 2017

Se un indirizzo email è presente su un social network non significa che possa essere utilizzato liberamente per qualsiasi scopo. Per inviare proposte commerciali, ad esempio, è sempre necessario il consenso dei destinatari. Per questi motivi il Garante per la privacy ha vietato a una società l’ulteriore trattamento di indirizzi email senza consenso per attività di marketing [doc. web n. 7221917].

L’intervento del Garante ha preso l’avvio dalla segnalazione di una società di consulenza finanziaria che lamentava l’invio di numerose email promozionali indirizzate alle caselle di posta elettronica di alcuni suoi promotori senza che questi ne avessero autorizzato la ricezione.

Dagli accertamenti, svolti presso la società dall’Autorità in collaborazione con il  Nucleo Speciale Privacy della GdF, è emerso che la raccolta degli indirizzi di posta elettronica avveniva, oltre che con altre modalità, anche attraverso l’instaurazione di rapporti su Linkedin e Facebook o “pescando” contatti sui social. La società solo negli ultimi due anni ha inviato circa 100.000 email pubblicitarie.

Il Garante, anche sulla base delle Linee guida del 4 luglio 2013  che hanno disciplinato peraltro proprio il fenomeno del “social spam“, ha quindi ritenuto illecito il trattamento degli indirizzi di posta elettronica.

(Fonte Garante Privacy)

21 Nov 2017

Sui social network le foto dei bimbi si sprecano, ma d’ora in avanti nessuno scatto che coinvolga un minore potrà più comparire sulle bacheche virtuali senza il consenso di entrambi i genitori.

Lo ha stabilito il tribunale di Mantova, con una sentenza destinata a fare scuola. Se uno dei due genitori non è d’accordo sulla pubblicazione può rivolgersi al giudice. Per bloccarla ed eventualmente per chiedere la rimozione di quanto già condiviso.

«Il contesto in cui viene ritratto il minore non è una giustificazione perché con le nuove tecnologie il minore può essere estrapolato, l’attenzione bisogna porla sempre».

Così Patrizia Meo, consulente privacy e spesso a fianco del poliziotto-scrittore Domenico Geracitano nella formazione degli adolescenti e delle loro famiglie ad un corretto utilizzo dei social network, fa chiarezza sul tema della pubblicazione in rete delle immagini di minori. Difficile fare distinzioni, spiega, nel grande mare del web.

«Perché si condivide un like e un’immagine e si perde il controllo, quell’immagine può essere rtitoccata e facilmente reinserita in rete, quindi è questo l’obiettivo della sentenza, tutelare il minore nella sua dignità».

8 nov 2017,  https://www.giornaledibrescia.it/brescia-e-hinterland/social-e-minori-bisogna-tutelare-la-dignit%C3%A0-dei-bambini-1.3218307

Teletutto 8 novembre

6 Nov 2017
Inserimento di foto di figli minori sui social network nonostante l’opposizione di un genitore
Tribunale di Mantova, 19 settembre 2017.
Stante il dissenso manifestato da uno dei genitori, l’altro non può inserire foto della figlia nei social network e, conseguentemente, gli va ordinato di rimuovere immediatamente quelle da egli già inserite.
Fa discutere la sentenza del Tribunale di Mantova dopo il ricorso presentato dal papà di due bambini (di tre anni e mezzo la bimba, un anno e mezzo il più piccolo) che chiedeva al giudice di rivedere le “condizioni regolanti i rapporti genitori/figli alla stregua di supposti gravi comportamenti diseducativi posti in essere dalla madre“. Nello scorso aprile il Tribunale aveva deciso per l‘affido condiviso e la residenza dei bambini con la mamma: il giudice ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per rivedere tali accordi, non risultando provata “una grave inadeguatezza educativa” della donna, ma ha rilevato che, nonostante nell’accordo fosse stato stabilito l’obbligo di non postare le foto dei bimbi sui social e la donna si fosse impegnata a rimuovere quelle già diffuse, in realtà numerose immagini erano state pubblicate ancora successivamente.
L’inserimento di foto dei figli minori sui social network avvenuto con l’opposizione di uno dei genitori integra violazione della norma di cui all’art. 10 c.c. (concernente la tutela dell’immagine), del combinato disposto degli artt. 4,7,8 e 145 del d. lgs. 30 giugno 2003 n. 196 (riguardanti la tutela della riservatezza dei dati personali) nonché degli artt. 1 e 16 I co. della Convenzione di New York del 20-11-1989 ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 1991 n. 176, sicché va vietata la pubblicazione di tali immagini e disposta la rimozione di quelle già inserite.
Il giudice cita anche la normativa di tutela dei minori contenuta nel Regolamento Ue 2016/679 che entrerà in vigore il 25 maggio 2018, secondo cui “la immagine fotografica dei figli costituisce dato personale” e “a sua diffusione costituisce “una interferenza nella vita privata“.
Nel caso in esame il Tribunale di Mantova ha adottato un provvedimento con cui il Giudice ha stabilito che non si possono pubblicare foto dei propri figli su Facebook senza il consenso dell’altro genitore.
Inoltre, ordina al genitore di non inserire le foto dei figli sui social network, di provvedere, immediatamente, alla rimozione di tutte quelle da essa inserite nonché di attenersi alle condizioni concordate.
L’inserimento di foto di minori sui social network costituisce comportamento potenzialmente pregiudizievole per essi in quanto ciò determina la diffusione delle immagini fra un numero indeterminato di persone, conosciute e non, le quali possono essere malintenzionate e avvicinarsi ai bambini dopo averli visti più volte in foto on-line, non potendo inoltre andare sottaciuto l’ulteriore pericolo costituito dalla condotta di soggetti che “taggano” le foto on-line dei minori e, con procedimenti di fotomontaggio, ne traggono materiale pedopornografico da far circolare fra gli interessati, come ripetutamente evidenziato dagli organi di polizia.
http://www.ilcaso.it/dirittofamigliaminori.php