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20 Giu 2019

Il CNIL, l’Autorità per la privacy francese, con delibera del 29 maggio 2019, ha multato per 400.000 euro la società Sergic che gestisce un sito web di servizi immobiliari. L’azienda non avrebbe protetto in modo adeguato i dati degli utenti e avrebbe conservato in modo inappropriato dati personali senza procedere alla cancellazione.

La société SERGIC (ci-après la société ) est spécialisée dans la promotion immobilière, l’achat, la vente, la location et la gestion immobilière. Elle emploie 486 personnes et a réalisé en 2017 un chiffre d’affaires d’environ 43 millions d’euros.

La società francese Sergic gestisce il sito web sergic.com in cui gli utenti possono creare un profilo personale per richiedere alloggi in affitto e caricare i documenti necessari alla conclusione del contratto di locazione.

Nell’agosto del 2018, un cliente sporge denuncia al CNIL, in quanto era riuscito ad avere accesso ai documenti di altri clienti, modificando leggermente l’URL dalla sua area personale sul sito.

Il CNIL a settembre procede con una verifica on line, attestando che i documenti degli utenti erano liberamente accessibili senza previa autenticazione. Si potevano vedere documenti come: carta d’identità, dati bancari, assegni familiari.

L’autorità avvia così un controllo presso la sede della società e scopre che questa era a conoscenza di questa mancanza di sicurezza fin dal marzo 2018, ma non aveva fatto nulla per contrastarla.

Le 12 août 2018, la Commission nationale de l’informatique et des libertés (ci-après CNIL ou la Commission ) a été saisie d’une plainte d’un utilisateur du site. Le plaignant indiquait qu’une modification du caractère X dans l’adresse URL composée comme suit : https://www.crm.sergic.com/documents/upload/eresa/X.pdf , où X représente un nombre entier, lui avait permis d’accéder aux pièces justificatives qu’il avait lui-même téléchargées via le site mais également à celles téléchargées par d’autres candidats à la location. Dans sa plainte, le plaignant a fourni plusieurs exemples d’ adresses URL à partir desquelles il a pu accéder à des pièces téléchargées par des tiers. Il a indiqué avoir informé la société de ces faits dès le mois de mars 2018.

Le violazioni contestate dall’Autorità francese alla società sono due.

La prima relativa alla violazione dell’articolo 32 del GDPR. La società non ha garantito la sicurezza dei dati degli utenti, e non ha nemmeno provveduto tempestivamente a risolvere il problema o a cercare una soluzione adeguata per non consentire a soggetti terzi, non autorizzati, di accedere a tali dati.

La vulnérabilité n’a été définitivement corrigée qu’au bout de 6 mois et aucune mesure d’urgence visant à limiter l’impact de la vulnérabilité n’a été prise dans l’attente. 

La seconda sanzione, in violazione dell’art. 5 del GDPR. L’Autorità ha constatato che la società ha conservato tutti i documenti caricati dai candidati per una durata superiore a quella necessaria in relazione ai fini del trattamento. Il CNIL ha osservato che, una volta raggiunto lo scopo del trattamento (ad esempio, la chiusura di una candidatura ad affittare una casa) i dati devono essere cancellati o, almeno, archiviati in una banca dati separata qualora fosse stato necessario per adempiere agli obblighi di legge o per gestire eventuali controversie.

Il ressort de ces différents éléments que la société SERGIC conservait en base active les données à caractère personnel des candidats n’ayant pas accédé à la location pour une durée excédant dans des proportions importantes celle nécessaire à la réalisation de la finalité du traitement, à savoir l’attribution de logements, sans qu’aucune solution d’archivage intermédiaire n’ait été mise en place.

La sanzione di euro 400.000 stabilita dal CNIL è stata stabilita sulla base dei seguenti parametri:

  • la gravità della violazione (La mise en œuvre d’une procédure d’authentification sur le site était une mesure élémentaire à prendre, qui aurait permis d’éviter la violation de données personnelles).
  • l’inerzia della società nell’affrontare una vulnerabilità conosciuta (a manqué de diligence dans la correction de la vulnérabilité alors qu’en présence d’une violation de données, le RGPD impose une réaction rapide).
  • il fatto che i documenti accessibili rivelassero aspetti privati della vita dei richiedenti (informations particulièrement précises sur certains aspects de leur vie privée).
  • le dimensioni dell’azienda e la sua solidità finanziaria.

Fonte: https://www.cnil.fr

 

18 Mar 2019

Il Garante con Provvedimento del n. 55 del 7 marzo 2019, chiarisce le modalità di applicazione del Regolamento UE 2016/679 nella sanità.

I chiarimenti si sono resi necessari a seguito dei numerosi quesiti ricevuti dall’autorità sul trattamento dei dati, relativi alla salute in ambito sanitario.

Una delle domande ricorrenti riguarda il consenso.Quando deve essere richiesto

L’art. 9 par. 2 lett. h) del Regolamento prevede:

il trattamento è necessario per finalità di medicina preventiva o di medicina del lavoro, valutazione della capacità lavorativa del dipendente, diagnosi, assistenza o terapia sanitaria o sociale ovvero gestione dei sistemi e servizi sanitari o sociali sulla base del diritto dell’Unione o degli Stati membri o conformemente al contratto con un professionista della sanità

e ancora al par. 3

I dati personali ….. possono essere trattati … “se tali dati sono trattati da o sotto la responsabilità di un professionista soggetto al segreto professionale conformemente al diritto dell’Unione o degli Stati membri o alle norme stabilite dagli organismi nazionali competenti o da altra persona anch’essa soggetta all’obbligo di segretezza conformemente al diritto dell’Unione o degli Stati membri o alle norme stabilite dagli organismi nazionali competenti”.

Sulla base di quanto previsto dall’art. 9, il medico non dovrà, come in passato richiedere il consenso al paziente. Vediamo nello specifico.

Il professionista sanitario soggetto al segreto professionale, non deve più richiedere il consenso del paziente per trattamenti necessari alla prestazione sanitaria richiesta dall’interessato. Ciò, sia che operi in qualità di libero professionista (presso uno studio medico) sia presso una struttura pubblica o privata. Tale eccezione si applica per i trattamenti necessari per le finalità di cura, cioè essenziali per il raggiungimento di una o più finalità determinate ed esplicitamente connesse alla cura della salute (considerando 53 del Regolamento).

I trattamenti, non strettamente necessari alla cura, richiedono, invece, il consenso dell’interessato o un altro presupposto di liceità (artt. 6 e 9, par. 2 Regolamento). Tra questi trattamenti rientrano le app mediche, i dati delle farmacie per le tessere fedeltà; campagne promozionali o commerciali (es. promozioni su programmi di screening; contratto di servizi amministrativi, come quelli alberghieri di degenza); trattamenti effettuati da professionisti sanitari per finalità commerciali o elettorali.

Richiede il consenso, anche, la refertazione on line, in quanto previsto dalle disposizioni di settore in relazione alle modalità di consegna del referto (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 8 agosto 2013).

L’autorità chiarisce, anche i trattamenti effettuati attraverso il Fascicolo Sanitario Elettronico, che possono essere effettuati con l’acquisizione del consenso. Il Garante ricorda che il consenso è richiesto da norme specifiche anteriori al Regolamento UE, fatte salve dall’art. 75 del Codice Privacy. L’eliminazione del consenso potrebbe essere ammissibile alla luce del nuovo quadro normativo, vedremo quindi cosa succederà.

Rimane confermato il consenso per i trattamenti effettuati tramite il Dossier Sanitario, sempre in applicazione delle Linee Guida del 04 giugno 2015. Sulla base dell’art. 2 septies del Codice, sarà il Garante, eventualmente, ad individuare i trattamenti che non necessitano di consenso. Anche qui, speriamo in ulteriori interventi.

Informativa sul trattamento.

Le informative, dovranno essere aggiornate ed integrate, con riferimento alle novità degli artt. 13 e 14 del Regolamento. Secondo il principio di trasparenza, previsto dall’art. 5 par. 1 lett. a) del Regolamento, il Titolare deve informare l’interessato sui principali elementi del trattamento. Che sono appunto elencati nell’art. 13 e nell’art. 14. Informativa che deve essere soprattutto comprensibile per l’interessato, attraverso l’uso di un linguaggio chiaro e semplice.

L’autorità suggerisce di predisporre delle informative in maniera progressiva. Le informazioni relative a particolari attività di trattamento (es. fornitura di presidi sanitari, finalità di ricerca) potrebbero essere resi, in un secondo momento, solo ai pazienti interessati da tali servizi.

Per quanto attiene invece alla conservazione dei dati (“limitazione della conservazione” art. 5 par. 1 lett. e) del Regolamento), il titolare può indicare in assenza di una disposizione normativa che stabilisce i termini, i criteri utilizzati per determinarlo. Ricordiamo ad esempio, il certificato di idoneità sportiva agonistica, deve essere conservato per cinque anni. Le cartelle cliniche, unitamente ai referti, vanno conservati illimitatamente.

Responsabile della Protezione dei Dati (RPD/DPO)

Il Garante chiarisce ulteriormente, chi deve nominare il Responsabile della Protezione dei dati, dopo le numerose richieste di chiarimenti da parte degli operatori del settore sanitario.

Le aziende sanitarie, devono nominare il RPD, in quanto “organismo pubblico”, come da art. 37, par. 1 lett c), attività che consistono sul trattamento, su larga scala, di dati sulla salute.

Lo stesso vale per un ospedale privato, per una casa di cura o una residenza socio assistenziale (RSA).

Il singolo professionista sanitario, che opera in regime di libera professione, non è tenuto a nominare un RPD. Come non sono tenute le farmacie, le parafarmacie, le aziende ortopediche e sanitarie (in questo caso l’obbligo scatta in caso di effettuazione di trattamenti su larga scala).

Registro delle attività di trattamento

Il registro delle attività di trattamento costituisce uno strumento di accountability e di valutazione e gestione del rischio. Il registro contiene le principali informazioni (come individuate dall’art. 30 del Regolamento) relative alle operazioni di trattamento svolte dal titolare. Pertanto, i singoli professionisti non sono esentati e dovranno compilare il registro. Tra questi: i medici di medicina generale, i medici pediatri, gli ospedali privati, le case di cura e le RSA, le aziende sanitarie appartenenti al SSN, le farmacie e le parafarmacie, le aziende ortopediche. Il registro andrà conservato per eventuali controlli e non va trasmesso al Garante.

(Fonte Garante Privacy)

30 Apr 2018

La CNIL, l’Autorità francese per la protezione dei dati, ha messo a disposizione un software di ausilio ai titolari in vista della effettuazione della valutazione d’impatto sulla protezione dei dati (DPIA).

Il software –  gratuito e liberamente scaricabile dal sito www.cnil.fr (https://www.cnil.fr/fr/outil-pia-telechargez-et-installez-le-logiciel-de-la-cnil) – offre un percorso guidato alla realizzazione della DPIA, secondo una sequenza conforme alle indicazioni fornite dal WP29 nelle Linee-guida sulla DPIA.

La versione in lingua italiana è stata messa a punto anche con la collaborazione del Garante per la protezione dei dati personali.

ll software qui presentato NON costituisce un modello al quale fare riferimento in ogni situazione di trattamento, essendo stato concepito soprattutto come ausilio metodologico per le PMI. Offre in ogni caso un focus sugli elementi principali di cui si compone la procedura di valutazione d’impatto sulla protezione dei dati. Potrebbe costituire quindi un utile supporto di orientamento allo svolgimento di una DPIA, ma non va inteso come schema predefinito per ogni valutazione d’impatto che va integrata in ragione delle tipologie di trattamento esaminate.

Fonte Garante Privacy

18 Dic 2017

1. Quali sono i soggetti tenuti alla designazione del RPD, ai sensi dell’art. 37, par. 1, lett. a), del RGPD?

2. Nel caso in cui il RPD sia un dipendente dell’autorità pubblica o dell’organismo pubblico, quale qualifica deve avere?

3. Quali certificazioni risultano idonee a legittimare il RPD nell’esercizio delle sue funzioni, ai sensi degli artt. 42 e 43 del RGPD?

4. Con quale atto formale deve essere designato il RPD?

5. La designazione di un RPD interno all’autorità pubblica o all’organismo pubblico richiede necessariamente anche la costituzione di un apposito ufficio?

6. È ammissibile che uno stesso titolare/responsabile del trattamento abbia più di un RPD?

7. Quali sono gli ulteriori compiti e funzioni che possono essere assegnati a un RPD?

 

1. Quali sono i soggetti tenuti alla designazione del RPD, ai sensi dell’art. 37, par. 1, lett. a), del RGPD?

L’art. 37, par. 1, lett. a), del RGPD prevede che i titolari e i responsabili del trattamento designino un RPD «quando il trattamento è effettuato da un’autorità pubblica o da un organismo pubblico, eccettuate le autorità giurisdizionali quando esercitano le loro funzioni giurisdizionali».

Il RGPD non fornisce la definizione di “autorità pubblica” o “organismo pubblico” e, come chiarito anche nelle Linee guida adottate in materia dal Gruppo Art. 29 (di seguito Linee guida), ne rimette l’individuazione al diritto nazionale applicabile.

Allo stato, in ambito pubblico, devono ritenersi tenuti alla designazione di un RPD i soggetti che oggi ricadono nell’ambito di applicazione degli artt. 18 – 22 del Codice, che stabiliscono le regole generali per i trattamenti effettuati dai soggetti pubblici (ad esempio, le amministrazioni dello Stato, anche con ordinamento autonomo, gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali, le Regioni e gli enti locali, le università, le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, le aziende del Servizio sanitario nazionale, le autorità indipendenti ecc.).

Occorre, comunque, considerare che, nel caso in cui soggetti privati esercitino funzioni pubbliche (in qualità, ad esempio, di concessionari di servizi pubblici), può risultare comunque fortemente raccomandato, ancorché non obbligatorio, procedere alla designazione di un RPD. In ogni caso, qualora si proceda alla designazione di un RPD su base volontaria, si applicano gli identici requisiti – in termini di criteri per la designazione, posizione e compiti – che valgono per i RPD designati in via obbligatoria.

2. Nel caso in cui il RPD sia un dipendente dell’autorità pubblica o dell’organismo pubblico, quale qualifica deve avere?

Il RGPD non fornisce specifiche indicazioni al riguardo. È opportuno, in primo luogo, valutare se il complesso dei compiti assegnati al RPD – aventi rilevanza interna (consulenza, pareri, sorveglianza sul rispetto delle disposizioni) ed esterna (cooperazione con l’autorità di controllo e contatto con gli interessati in relazione all’esercizio dei propri diritti) – siano (o meno) compatibili con le mansioni ordinariamente affidate ai dipendenti con qualifica non dirigenziale.

In merito, l’art. 38, par. 3, del RGPD fissa alcune garanzie essenziali per consentire ai RPD di operare con un grado sufficiente di autonomia all’interno dell’organizzazione. In particolare, occorre assicurare che il RPD “non riceva alcuna istruzione per quanto riguarda l’esecuzione di tali compiti“. Il considerando 97 aggiunge che i RPD “dipendenti o meno del titolare del trattamento, dovrebbero poter adempiere alle funzioni e ai compiti loro incombenti in maniera indipendente“. Ciò significa, come chiarito nelle Linee guida, che «il RPD, nell’esecuzione dei compiti attribuitigli ai sensi dell’articolo 39, non deve ricevere istruzioni sull’approccio da seguire nel caso specifico – quali siano i risultati attesi, come condurre gli accertamenti su un reclamo, se consultare o meno l’autorità di controllo. Né deve ricevere istruzioni sull’interpretazione da dare a una specifica questione attinente alla normativa in materia di protezione dei dati».

Inoltre, sempre ai sensi dell’art. 38, par. 3, del RGPD, il RPD «riferisce direttamente al vertice gerarchico del titolare del trattamento o del responsabile del trattamento». Tale rapporto diretto garantisce, in particolare, che il vertice amministrativo venga a conoscenza delle indicazioni e delle raccomandazioni fornite dal RPD nell’esercizio delle funzioni di informazione e consulenza a favore del titolare o del responsabile.

Alla luce delle considerazioni di cui sopra, nel caso in cui si opti per un RPD interno, sarebbe quindi in linea di massima preferibile che, ove la struttura organizzativa lo consenta e tenendo conto della complessità dei trattamenti, la designazione sia conferita a un dirigente ovvero a un funzionario di alta professionalità,  che possa svolgere le proprie funzioni in autonomia e indipendenza, nonché in collaborazione diretta con il vertice dell’organizzazione.

3. Quali certificazioni risultano idonee a legittimare il RPD nell’esercizio delle sue funzioni, ai sensi degli artt. 42 e 43 del RGPD?

Come accade nei settori delle cosiddette “professioni non regolamentate”, si sono diffusi schemi proprietari di certificazione volontaria delle competenze professionali effettuate da appositi enti certificatori. Tali certificazioni (che non rientrano tra quelle disciplinate dall’art. 42 del RGPD) sono rilasciate anche all’esito della partecipazione ad attività formative e al controllo dell’apprendimento.

Esse, pur rappresentando, al pari di altri titoli, un valido strumento ai fini della verifica del possesso di un livello minimo di conoscenza della disciplina, tuttavia non equivalgono, di per sé, a una “abilitazione” allo svolgimento del ruolo del RPD né, allo stato, sono idonee a sostituire il giudizio rimesso alle PP.AA. nella valutazione dei requisiti necessari al RPD per svolgere i compiti previsti dall’art. 39 del RGPD

4. Con quale atto formale deve essere designato il RPD?

Il RGPD prevede all’art. 37, par. 1, che il titolare e il responsabile del trattamento designino il RPD; da ciò deriva, quindi, che l’atto di designazione è parte costitutiva dell’adempimento.

Nel caso in cui la scelta del RPD ricada su una professionalità interna all’ente, occorre formalizzare un apposito atto di designazione a “Responsabile per la protezione dei dati”. In caso, invece, di ricorso a soggetti esterni all’ente, la designazione costituirà parte integrante dell’apposito contratto di servizi redatto in base a quanto previsto dall’art. 37 del RGPD (per agevolare gli enti, in allegato alle Faq, è riportato uno schema di atto di designazione).

Indipendentemente dalla natura e dalla forma dell’atto utilizzato, è necessario che nello stesso sia individuato in maniera inequivocabile il soggetto che opererà come RPD, riportandone espressamente le generalità, i compiti (eventualmente anche ulteriori a quelli previsti dall’art. 39 del RGPD) e le funzioni che questi sarà chiamato a svolgere in ausilio al titolare/responsabile del trattamento, in conformità a quanto previsto dal quadro normativo di riferimento.

L’eventuale assegnazione di compiti aggiuntivi, rispetto a quelli originariamente previsti nell’atto di designazione, dovrà comportare la modifica e/o l’integrazione dello stesso o delle clausole contrattuali.

Nell’atto di designazione o nel contratto di servizi devono risultare succintamente indicate anche le motivazioni che hanno indotto l’ente a individuare, nella persona fisica selezionata, il proprio RPD, al fine di consentire la verifica del rispetto dei requisiti previsti dall’art. 37, par. 5 del RGPD, anche mediante rinvio agli esiti delle procedure di selezione interna o esterna effettuata. La specificazione dei criteri utilizzati nella valutazione compiuta dall’ente nella scelta di tale figura, oltre a essere indice di trasparenza e di buon amministrazione, costituisce anche elemento di valutazione del rispetto del principio di «responsabilizzazione».

Una volta individuato, il titolare o il responsabile del trattamento è tenuto a indicare, nell’informativa fornita agli interessati, i dati di contatto del RPD pubblicando gli stessi anche sui siti web e a comunicarli al Garante (art. 37, par. 7). Per quanto attiene al sito web, può risultare opportuno inserire i riferimenti del RPD nella sezione “amministrazione trasparente”, oltre che nella sezione “privacy” eventualmente già presente.

Come chiarito nelle Linee guida, in base all’art. 37, par. 7, non è necessario -anche se potrebbe costituire una buona prassi, in ambito pubblico- pubblicare anche il nominativo del RPD, mentre occorre che sia comunicato al Garante per agevolare i contatti con l’Autorità (anche in questo caso, in allegato alle Faq, è riportato un modello di comunicazione al Garante). Resta invece fermo l’obbligo di comunicare il nominativo agli interessati in caso di violazione dei dati personali (art. 33, par. 3, lett. b).

5. La designazione di un RPD interno all’autorità pubblica o all’organismo pubblico richiede necessariamente anche la costituzione di un apposito ufficio?

Il RGPD prevede, all’art. 38, par. 2, che «il titolare e del trattamento e il responsabile del trattamento sostengono il responsabile della protezione dei dati nell’esecuzione dei compiti di cui all’articolo 39 fornendogli le risorse necessarie per assolvere tali compiti e accedere ai dati personali e ai trattamenti e per mantenere la propria conoscenza specialistica».

Ne discende che, in relazione alla complessità (amministrativa e tecnologica) dei trattamenti e dell’organizzazione, occorrerà valutare attentamente se una sola persona possa essere sufficiente a svolgere il complesso dei compiti affidati al RPD. Come riportato anche nelle Linee guida, «in linea di principio, quanto più aumentano complessità e/o sensibilità dei trattamenti, tanto maggiori devono essere le risorse messe a disposizione del RPD. La funzione “protezione dati” deve poter operare con efficienza e contare su risorse sufficienti in proporzione al trattamento svolto».

All’esito di questa analisi si potrà valutare quindi l’opportunità/necessità di istituire un apposito ufficio al quale destinare le risorse necessarie allo svolgimento dei compiti stabiliti. Ad ogni modo, ove sia costituito un apposito ufficio, è comunque necessario che venga sempre individuata la persona fisica che riveste il ruolo di RPD (mediante l’atto di designazione di cui sopra).

 6. È ammissibile che uno stesso titolare/responsabile del trattamento abbia più di un RPD?

Alcune organizzazioni complesse hanno richiesto all’Autorità di valutare la possibilità di designare più RPD.

Al riguardo, si rileva che l’unicità della figura del RPD è una condizione necessaria per evitare il rischio di sovrapposizioni o incertezze sulle responsabilità, sia con riferimento all’ambito interno all’ente, sia con riferimento a quello esterno, e pertanto occorre che questa sia sempre assicurata.

Nulla osta, invece, all‘individuazione di più figure di supporto, con riferimento a settori o ambiti territoriali diversi, anche dislocate presso diverse articolazioni organizzative dell’amministrazione, che facciano però riferimento a un unico soggetto responsabile, sia che la scelta ricada su un RPD interno, sia che questa ricada su un RPD esterno.

Infatti, in relazione alla particolare eterogeneità dei trattamenti di dati personali effettuati (in rapporto, ad esempio, all’effettuazione di trattamenti soggetti a basi giuridiche diverse in ambito di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati) ovvero della complessità della struttura organizzativa dell’ente (talvolta molto ramificata a livello territoriale) può risultare opportuno individuare specifici “referenti” del RPD che potrebbero svolgere un ruolo di supporto e raccordo, sulla base di precise istruzioni del RPD, anche, se del caso, operando quali componenti del suo gruppo di lavoro.

 7. Quali sono gli ulteriori compiti e funzioni che possono essere assegnati a un RPD?

Il RGPD consente l’assegnazione al RPD di ulteriori compiti e funzioni, a condizione che non diano adito a un conflitto di interessi (art. 38, par. 6e che consentano al RPD di avere a disposizione il tempo sufficiente per l’espletamento dei compiti previsti dal RGPD (art. 38, par. 2).

A seconda della natura dei trattamenti e delle attività e dimensioni della struttura del titolare o del responsabile, le eventuali ulteriori incombenze attribuite al RPD non dovrebbero pertanto sottrarre allo stesso il tempo necessario per adempiere alle relative responsabilità.

In linea di principio, è quindi ragionevole che negli enti pubblici di grandi dimensioni, con trattamenti di dati personali di particolare complessità e sensibilità, non vengano assegnate al RPD ulteriori responsabilità (si pensi, ad esempio, alle amministrazioni centrali, alle agenzie, agli istituti previdenziali, nonché alle regioni e alle asl). In tale quadro, ad esempio, avuto riguardo, caso per caso, alla specifica struttura organizzativa, alla dimensione e alle attività del singolo titolare o responsabile, l’attribuzione delle funzioni di RPD  al responsabile per la prevenzione della corruzione e per la trasparenza, considerata la molteplicità degli adempimenti che incombono su tale figura, potrebbe rischiare di creare un cumulo di impegni tali da incidere negativamente sull’effettività dello svolgimento dei compiti  che il RGPD attribuisce al RPD.

Rispetto all’assenza di conflitto di interessi, occorre inoltre valutare se, come indicato nelle Linee guida, le eventuali ulteriori funzioni assegnate non comportino la definizione di finalità e modalità del trattamento dei dati. Ciò significa che, a grandi linee, in ambito pubblico, oltre ai ruoli manageriali di vertice, possono sussistere situazioni di conflitto di interesse rispetto a figure apicali dell’amministrazione investite di capacità decisionali in ordine alle finalità e ai mezzi del trattamento di dati personali posto in essere dall’ente pubblico, ivi compreso, ad esempio, il responsabile dei Sistemi informativi (chiamato ad individuare le misure di sicurezza necessarie), ovvero quello dell’Ufficio di statistica (deputato a definire le caratteristiche e le metodologie del trattamento dei dati personali utilizzati a fini statistici).

Riguardo agli ulteriori compiti e funzioni in capo al RPD, particolare attenzione andrebbe infine prestata nei casi di unico RPD tra molteplici autorità pubbliche e organismi pubblici, nonché nei casi di RPD esterno, in quanto questi potrebbe svolgere ulteriori compiti che comportano situazioni di conflitto di interesse oppure non essere in grado di adempiere in modo efficiente alle sue funzioni. In questi casi, nell’atto di designazione o nel contratto di servizio il RPD dovrà fornire opportune garanzie per favorire efficienza e correttezza e prevenire conflitti di interesse.

(Fonte Garante Privacy)

17 Nov 2017
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Regione Lombardia e Lombardia Informatica S.p.a. su impulso dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali organizzano il convegno dal titolo “IL GARANTE INCONTRA LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE: Il nuovo Regolamento UE in materia di protezione dei dati personali – Sviluppi e impatti per i soggetti pubblici”.

L’evento si terrà il 4 dicembre 2017 dalle ore 9.00 alle ore 17.30 presso la sede di Regione Lombardia Piazza Città di Lombardia. Il convegno è rivolto a tutte le Pubbliche Amministrazioni del Nord Italia (Regioni, Enti e società del sistema regionale, Comuni, Province. Comunità Montane, Università e Enti sanitari) e altri soggetti pubblici interessati secondo le indicazioni suggerite dall’Autorità Garante per la protezione dei dati personali.

(http://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/istituzione/Agenda/DettaglioEvento/Istituzione/attivita-istituzionali/garante-incontra-pa)

6 Nov 2017

Le Autorità  di protezione dati europee riunite nel Gruppo di lavoro ex art.29 hanno adottato le Linee guida che aiuteranno amministrazioni pubbliche e imprese nella valutazione di impatto sulla protezione dei dati (DPIA, Data Protection Impact Assessment).

Il GDPR, all’art. 35 introduce per la prima volta l’istituto della valutazione d’impatto, in precedenza non previsto dalla Direttiva 95/46/CE dal nostro Codice per la protezione dei dati personali (d.lgs. 196/2003).

La DPIA consiste in una procedura finalizzata a descrivere il trattamento dei dati, valutarne necessità e proporzionalità  e  facilitare la gestione dei rischi per i diritti e le libertà delle persone fisiche. La DPIA è uno strumento importante:  aiuta il titolare non soltanto a rispettare le prescrizioni del Regolamento europeo, ma anche a dimostrare l’adozione di misure idonee a garantirne il rispetto. In altri termini, la DPIA è una procedura che permette al titolare di realizzare e dimostrare la conformità del trattamento alle norme.  Non è obbligatorio condurre una DPIA per ogni singolo trattamento. Essa è però necessaria se il trattamento “può presentare un rischio elevato per i diritti e le libertà delle persone fisiche“. È possibile utilizzare un’unica DPIA per valutare più trattamenti che presentino delle analogie (ad es. un gruppo di autorità locali che decidano di installare ciascuna un analogo sistema di videosorveglianza). E una analisi  di impatto privacy può essere utile anche per valutare l’effetto di un nuovo dispositivo tecnologico. In ogni caso, a prescindere dalla sua obbligatorietà, la DPIA rappresenta sempre una buona prassi per Pa e imprese.

Per assicurare un’interpretazione uniforme dei casi in cui la DPIA è obbligatoria, i Garanti Ue hanno fornito anche alcuni criteri  in vista dell’elaborazione degli elenchi dei trattamenti più rischiosi che le Autorità di controllo sono tenute ad adottare (ad es., trattamenti valutativi, compresi lo scoring e la profilazione; decisioni automatizzate dalle quali possono derivare discriminazioni per gli interessati; monitoraggio sistematico; trattamenti su larga scala, in particolare di dati sensibili).

L’inosservanza degli obblighi concernenti la DPIA può comportare l’imposizione di sanzioni pecuniarie da parte delle Autorità garanti. Il mancato svolgimento dell’analisi (quando il trattamento è soggetto a tale valutazione),  lo svolgimento non corretto o la mancata consultazione dell’Autorità di controllo competente ove ciò sia necessario, possono comportare l’applicazione di una sanzione amministrativa fino a un massimo di 10 milioni di euro  e, se si tratta di un’impresa, fino al 2% del fatturato globale annuo.

(Fonte Garante Privacy)

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18 Set 2017

Le pubbliche amministrazioni, così come i soggetti privati, dovranno scegliere il Responsabile della protezione dei dati personali (RPD) con particolare attenzione, verificando la presenza di competenze ed esperienze specifiche. Non sono richieste attestazioni formali sul possesso delle conoscenze o l’iscrizione ad appositi albi professionali. Queste sono alcune delle indicazioni fornite dal Garante della privacy alle prime richieste di chiarimento in merito alla nomina di questa nuova  importante figura  – introdotta dal Regolamento UE 2016/679 –  che tutti gli enti pubblici e anche molteplici soggetti privati dovranno designare non più tardi del prossimo maggio 2018.

Nella nota  inviata a un’azienda ospedaliera l’Ufficio del Garante ricorda che i Responsabili della protezione dei dati personali – spesso indicati con l’acronimo inglese DPO (Data Protection Officer) – dovranno avere un’approfondita conoscenza della normativa e delle prassi in materia di privacy, nonché delle norme e delle procedure amministrative che caratterizzano lo specifico settore di riferimento. Nella selezione sarà poi opportuno privilegiare soggetti che possano dimostrare qualità professionali adeguate alla complessità del compito da svolgere, magari documentando le esperienze fatte, la partecipazione a master e corsi di studio/professionali (in particolare se risulta documentato il livello raggiunto). Gli esperti individuati dalle aziende ospedaliere, ad esempio, in considerazione della delicatezza dei trattamenti di dati effettuati (come quelli sulla salute o quelli genetici) dovranno preferibilmente vantare una specifica esperienza al riguardo e assicurare un impegno pressoché esclusivo nella gestione di tali compiti.

L’Autorità ha inoltre chiarito che la normativa attuale non prevede l’obbligo per i candidati di possedere attestati formali delle competenze professionali. Tali attestati, rilasciati anche all’esito di verifiche al termine di un ciclo di formazione, possono rappresentare un utile strumento per valutare il possesso di un livello adeguato di conoscenza  della disciplina ma, tuttavia, non equivalgono a una “abilitazione” allo svolgimento del ruolo del RPD. La normativa attuale, tra l’altro, non prevede l’istituzione di un albo dei “Responsabili della protezione dei dati” che possa attestare i requisiti e le caratteristiche di conoscenza, abilità e competenza di chi vi è iscritto. Enti pubblici e società private dovranno quindi comunque procedere alla selezione del RPD, valutando autonomamente il possesso dei requisiti necessari per svolgere i compiti da assegnati.

Il Garante si riserva di fornire ulteriori orientamenti, che saranno pubblicati sul sito istituzionale, anche all’esito dei quesiti e delle richieste di approfondimento sul Regolamento privacy, raccolti nell’ambito di specifici incontri che l’Autorità ha in corso con imprese e Pubblica Amministrazione.

 

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28 Apr 2017

Il Garante per la privacy ha elaborato una prima Guida all’applicazione del Regolamento UE 2016/679 in materia di protezione dei dati personali.

La Guida traccia un quadro generale delle principali innovazioni introdotte dalla normativa e fornisce indicazioni utili sulle prassi da seguire e gli adempimenti da attuare per dare corretta applicazione alla normativa, già in vigore dal 24 maggio 2016 e che sarà pienamente efficace dal 25 maggio 2018.

L’obiettivo della Guida è duplice: da una parte offrire un primo “strumento” di ausilio ai soggetti pubblici e alle imprese che stanno affrontando il passaggio alla nuova normativa privacy; dall’altro far crescere la consapevolezza sulle garanzie rafforzate e sui nuovi importanti diritti che il Regolamento riconosce alle persone.

Il testo della Guida è articolato in 6 sezioni tematiche:

  1. Fondamenti di liceità del trattamento;
  2. Informativa;
  3. Diritti degli interessati;
  4. Titolare, responsabile, incaricato del trattamento;
  5. Approccio basato sul rischio del trattamento e misure di accountability di titolari e responsabili;
  6. Trasferimenti internazionali di dati.

Ogni sezione illustra in modo semplice e diretto cosa cambierà e cosa rimarrà immutato rispetto all’attuale disciplina del trattamento dei dati personali, aggiungendo preziose raccomandazioni pratiche per una corretta implementazione delle nuove disposizioni introdotte dal Regolamento.

Il testo potrà subire modifiche e integrazioni, allo scopo di offrire sempre  nuovi contenuti e garantire un adeguamento costante all’evoluzione della prassi interpretativa e applicativa della normativa.

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24 Mar 2017

Il Nuovo Regolamento UE 679/2016 sulla protezione dei dati sancisce un nuovo diritto in capo all’interessato: la portabilità dei dati (art. 20).

«L’interessato ha il diritto di ricevere in un formato strutturato, di uso comune e leggibile da dispositivo automatico i dati personali che lo riguardano forniti a un titolare del trattamento e ha il diritto di trasmettere tali dati a un altro titolare del trattamento senza impedimenti da parte del titolare del trattamento»

Un diritto che impatta fortemente sull’attività dei titolari dei dati che devono porsi il problema di sviluppare i mezzi che permetteranno di rispondere alle richieste di portabilità dei dati entro maggio 2018.

Alla pagina dedicata al nuovo Regolamento UE 679/2016 rispondiamo alle domande sulla portabilità dei dati.

 

1 Mar 2017
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