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21 Gen 2018

Il Garante per la protezione dei dati personali lancia una nuova scheda informativa con alcune semplici regole da seguire per far divertire i propri figli senza esporli a violazioni della propria riservatezza. Ad esempio, informandosi su quali e quanti dati potrebbe raccogliere e trattare il giocattolo e per quali finalità, spegnendolo o disconnettendolo dalla rete quando non viene utilizzato, impostando password di accesso sicure per la connessione a Internet dello smart toy, ed eventualmente anche per l’accesso al giocattolo o alla app che lo gestisce.

“Gli smart toys sono giocattoli capaci di interagire (tramite microfoni, fotocamere, sistemi di localizzazione e sensori) con le persone e con l’ambiente circostante e di connettersi alla rete per navigare online e comunicare con smartphone, tablet, pc, altri smart toys.”

Parliamo quindi di bambole, peluche, robot e giochi educativi – ma anche di altri dispositivi per bambini, come i baby monitor – progettati per rapportarsi attivamente con gli esseri umani e, in molti casi, in grado di compiere automaticamente varie operazioni, come registrare suoni, scattare foto, girare video e collegarsi con web e social network.

Occorre quindi ricordare che – per quanto giochi divertenti e a volte anche con funzioni educative –  gli smart toys sono pur sempre strumenti che raccolgono, elaborano e comunicano dati e informazioni, con possibili rischi per la privacy, soprattutto quella dei minori.

Ecco poche semplici regole:

  1. Cerca di essere “smart” anche tu: informati su quali e quanti dati tratterà il giocattolo
  2. Non “dire” troppe cose allo smart toy
  3. Password, impostazioni privacy e sistemi antivirus per un gioco sicuro
  4. Se non lo usi, spegnilo
  5. Social, ma non troppo
  6. Se dai via il giocattolo, non dare via i tuoi dati
  7. Giocattoli a prova di privacy

Il Garante, infine, ha ritenuto di dover ricordare ai produttori di questi giocattoli come il Codice privacy, in particolare l’art. 3, e il nuovo Regolamento UE/2016/679 in materia di protezione dati, in particolare l’art. 25, prevedano che i sistemi elettronici siano prodotti e configurati per ridurre al minimo la raccolta e il trattamento di dati personali (privacy by design e privacy by default).

Fonte: http://www.garanteprivacy.it/iot/smarttoys

28 Dic 2017

Il Garante per la privacy ha dato ragione ad un padre che si era rivolto all’Autorità per tutelare il diritto all’immagine e all’identità personale della figlia minore [doc. web n. 7354837].

Oggetto della segnalazione una foto della bimba, ritratta vestita da sposa nell’atto di infilare un anello nuziale nella mano di un adulto, pubblicata sulla pagina web di una testata online a corredo di un articolo che riguardava una ragazzina ridotta in schiavitù dal padre e promessa in sposa ad un connazionale dietro pagamento di una somma di denaro.

La bambina fotografata però non era quella a cui si riferiva l’articolo ma la figlia del segnalante, che era stata ritratta in abito matrimoniale per una campagna di sensibilizzazione contro la pratica delle spose bambine promossa da una ong internazionale. La testata on line dunque aveva utilizzato la foto in un contesto improprio, che poteva indurre i lettori a ritenere che la minore ritratta fosse la vera protagonista del fatto di cronaca.

L’associazione della fotografia della bambina protagonista della campagna di sensibilizzazione, figlia del segnalante, configura – secondo il Garante – un trattamento illecito di dati personali. L’accostamento, infatti, dell‘immagine al fatto di cronaca è lesivo del diritto all’identità personale della minore (artt. 2 e 11 e 137 del Codice privacy) e può arrecare un danno alla bambina fotografata e la cui immagine era stata diffusa con obiettivi del tutto diversi. La testata, inoltre, non ha adottato alcun accorgimento per prevenire l’identificazione della minore, ad es., pixelandone il volto. Una misura che, se richiesta (in astratto) rispetto alla eventuale diffusione della foto della vera protagonista della vicenda (art. 7 del codice deontologico dei giornalisti e Carta di Treviso), a maggior ragione si sarebbe dovuta adottare per la figlia del segnalante che nulla ha a che vedere con i fatti di cronaca riportati nell’articolo.

All’editore della testata, che nel corso dell’istruttoria ha rimosso la fotografia dal sito, l’Autorità ha prescritto di adottare le misure necessarie affinché l’immagine non sia ulteriormente utilizzata in violazione del diritto all’identità personale della bambina.

(fonte Garante Privacy)

10 Dic 2017

Ogni volta che un colosso del mondo digitale annuncia un progetto «per i bambini», istintivamente siamo portati, se non a gioire, almeno a tirare un respiro di sollievo. Anche i meno tecnologici tra noi hanno infatti capito che ormai web e social sono parte delle nostra vita. E l’idea che qualcuno crei una sorta di ‘area protetta’ per i nostri figli, non può che farci piacere. Le cose però sono molto più complicate di come appaiono. L’annuncio secondo cui Facebook ha creato Messenger Kids, una versione semplificata di Facebook Messenger destinata ai minori di 13 anni (che permette di chattare e inviare foto e video come WhatsApp), dovrebbe farci riflettere su due punti. Il primo: dopo la polemica sulle fake news e l’odio online, Facebook sta facendo di tutto per apparire un social ‘buono’ e utile. Secondo punto: i colossi del web vogliono a tutti i costi il pubblico dei bambini.

Perché sono il futuro. Perché già oggi è facile trasformarli in consumatori ‘bisognosi’ di giocattoli e regali. Perché producono fatturato. Perché sono una risorsa molto preziosa. Per i bambini, poi, le tecnologie sono strumenti quotidiani che vedono già alla nascita. Qualcosa quindi di perfettamente normale. Con tutti i vantaggi e i pericoli che questo comporta. E poi ci sono i genitori (gran parte di noi). Tanto preoccupati quanto (spesso) tecnologicamente arretrati. Adulti che sognano che un algoritmo, un’app, uno strumento, un ‘qualcosa’ crei un’area protetta per i bambini e ci faccia dormire sonni tranquilli.

Per questo sono nati YouTube Kids, Kiddle (una sorta di Google per i bambini) e Family Link di Google, che avrebbe dovuto permettere ai genitori di controllare meglio i figli online. Per questo, già da anni Facebook ha persino pensato a un social per bambini, depositando un brevetto per una specie di sistema di ‘controllo’ che permetta la sorveglianza del profilo del proprio figlio da parte dei genitori. Per questo ora arriva Messenger Kids, «a cui i bambini si possono iscrivere con l’account dei genitori, così saranno mamma e papà ad autorizzarne l’uso e a decidere con quali contatti i figli potranno scambiare messaggi e lanciare videochat, anche di gruppo. La chat non prevede pubblicità, né la possibilità di fare acquisti e nemmeno la possibilità di far sparire i messaggi o nasconderli nel caso in cui i genitori volessero controllarli».

Così, mentre gli adulti si sentono più tranquilli, Facebook abbatte un altro importante muro: il divieto ai minori di 13 anni di iscriversi a un servizio simile. La soglia minima dei 13 anni è stata decisa in America dal Children Online Privacy Protecion Act del 1998. Una legge che non protegge in toto i bambini da social e app, ma regola l’uso da parte dei gestori dei dati digitali dei minori di 13 anni, rendendoli così complicati e costosi da raccogliere al punto da indurre le società a tenersene alla larga. Fino a poco fa, tuttavia. Non a caso Messenger Kids informa che «le informazioni raccolte sui bambini non saranno usate per fare pubblicità».

Ma verranno raccolte e utlizzate comunque. Su minori di 13 anni. Il trucco è che avverrà con la ‘complicità’ dei genitori. È questo il punto nodale: la decisione di come far usare ai minori gli strumenti digitali non spetta ai bambini (anche se sono molto più tecnologici di tanti adulti), ma ai genitori, agli educatori, agli insegnanti. Ed essi, per farlo al meglio, devono studiare le nuove tecnologie. In questo senso, all’orizzonte c’è una data importantissima: il 25 maggio 2018, fra sei mesi circa, diventerà definitivamente applicabile in via diretta in tutti i Paesi Ue il ‘Regolamento europeo in merito alla protezione dei dati personali’. Stabilisce tra l’altro l’obbligo di portare da 13 a 16 anni il limite minimo per iscriversi a Facebook, Snapchat, Instagram e gli altri social (e persino per aprire una casella di posta elettronica).

Mancano solo sei mesi, eppure nessun gestore di social sembra preoccupato. Come mai? Perché la Ue ha deciso «di attribuire la facoltà alle singole nazioni di conservare la soglia dei 13 anni attualmente in vigore se lo riterranno opportuno». E c’è da scommettere che, per calcolo o anche solo per pigrizia, la maggior parte dei Governi terrà il limite attuale dei 13 anni. Salvo poi magari protestare quando la data limite per cambiare le cose sarà stata superata.

Fonte: Il social per bambini che illude i genitori

21 Nov 2017

Sui social network le foto dei bimbi si sprecano, ma d’ora in avanti nessuno scatto che coinvolga un minore potrà più comparire sulle bacheche virtuali senza il consenso di entrambi i genitori.

Lo ha stabilito il tribunale di Mantova, con una sentenza destinata a fare scuola. Se uno dei due genitori non è d’accordo sulla pubblicazione può rivolgersi al giudice. Per bloccarla ed eventualmente per chiedere la rimozione di quanto già condiviso.

«Il contesto in cui viene ritratto il minore non è una giustificazione perché con le nuove tecnologie il minore può essere estrapolato, l’attenzione bisogna porla sempre».

Così Patrizia Meo, consulente privacy e spesso a fianco del poliziotto-scrittore Domenico Geracitano nella formazione degli adolescenti e delle loro famiglie ad un corretto utilizzo dei social network, fa chiarezza sul tema della pubblicazione in rete delle immagini di minori. Difficile fare distinzioni, spiega, nel grande mare del web.

«Perché si condivide un like e un’immagine e si perde il controllo, quell’immagine può essere rtitoccata e facilmente reinserita in rete, quindi è questo l’obiettivo della sentenza, tutelare il minore nella sua dignità».

8 nov 2017,  https://www.giornaledibrescia.it/brescia-e-hinterland/social-e-minori-bisogna-tutelare-la-dignit%C3%A0-dei-bambini-1.3218307

Teletutto 8 novembre

6 Nov 2017
Inserimento di foto di figli minori sui social network nonostante l’opposizione di un genitore
Tribunale di Mantova, 19 settembre 2017.
Stante il dissenso manifestato da uno dei genitori, l’altro non può inserire foto della figlia nei social network e, conseguentemente, gli va ordinato di rimuovere immediatamente quelle da egli già inserite.
Fa discutere la sentenza del Tribunale di Mantova dopo il ricorso presentato dal papà di due bambini (di tre anni e mezzo la bimba, un anno e mezzo il più piccolo) che chiedeva al giudice di rivedere le “condizioni regolanti i rapporti genitori/figli alla stregua di supposti gravi comportamenti diseducativi posti in essere dalla madre“. Nello scorso aprile il Tribunale aveva deciso per l‘affido condiviso e la residenza dei bambini con la mamma: il giudice ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per rivedere tali accordi, non risultando provata “una grave inadeguatezza educativa” della donna, ma ha rilevato che, nonostante nell’accordo fosse stato stabilito l’obbligo di non postare le foto dei bimbi sui social e la donna si fosse impegnata a rimuovere quelle già diffuse, in realtà numerose immagini erano state pubblicate ancora successivamente.
L’inserimento di foto dei figli minori sui social network avvenuto con l’opposizione di uno dei genitori integra violazione della norma di cui all’art. 10 c.c. (concernente la tutela dell’immagine), del combinato disposto degli artt. 4,7,8 e 145 del d. lgs. 30 giugno 2003 n. 196 (riguardanti la tutela della riservatezza dei dati personali) nonché degli artt. 1 e 16 I co. della Convenzione di New York del 20-11-1989 ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 1991 n. 176, sicché va vietata la pubblicazione di tali immagini e disposta la rimozione di quelle già inserite.
Il giudice cita anche la normativa di tutela dei minori contenuta nel Regolamento Ue 2016/679 che entrerà in vigore il 25 maggio 2018, secondo cui “la immagine fotografica dei figli costituisce dato personale” e “a sua diffusione costituisce “una interferenza nella vita privata“.
Nel caso in esame il Tribunale di Mantova ha adottato un provvedimento con cui il Giudice ha stabilito che non si possono pubblicare foto dei propri figli su Facebook senza il consenso dell’altro genitore.
Inoltre, ordina al genitore di non inserire le foto dei figli sui social network, di provvedere, immediatamente, alla rimozione di tutte quelle da essa inserite nonché di attenersi alle condizioni concordate.
L’inserimento di foto di minori sui social network costituisce comportamento potenzialmente pregiudizievole per essi in quanto ciò determina la diffusione delle immagini fra un numero indeterminato di persone, conosciute e non, le quali possono essere malintenzionate e avvicinarsi ai bambini dopo averli visti più volte in foto on-line, non potendo inoltre andare sottaciuto l’ulteriore pericolo costituito dalla condotta di soggetti che “taggano” le foto on-line dei minori e, con procedimenti di fotomontaggio, ne traggono materiale pedopornografico da far circolare fra gli interessati, come ripetutamente evidenziato dagli organi di polizia.
http://www.ilcaso.it/dirittofamigliaminori.php
17 Mag 2017

Qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito dei dati personali in danno di minorenni, nonché la diffusione di contenuti online il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo“, ecco la prima definizione di cyberbullismo.

La Camera dei deputati, nella seduta del 17 maggio 2017, ha approvato in via definitiva e senza ulteriori modifiche  la proposta di legge, volta alla prevenzione e al contrasto del fenomeno del cyberbullismo, con 432 favorevoli e 1 solo astenuto.

Il provvedimento introduce per la prima volta nell’ordinamento legislativo la definizione stessa di cyberbullismo, dà la possibilità anche ai minori, dai 14 anni in su, di denunciare una violenza subita per via telematica (al di sotto di questa soglia, sarà necessario l’intervento dei genitori) e riserva fondi e un tavolo tecnico governativo alla lotta e prevenzione del fenomeno.

E’ prevista la designazione, in ogni istituto scolastico, di un docente con funzioni di referente per le iniziative contro il cyberbullismo che dovrà collaborare con le Forze di polizia, e con le associazioni e con i centri di aggregazione giovanile presenti sul territorio.

Viene applicata la disciplina sull‘ammonimento del questore, mutuata da quella dello stalking, anche al cyberbullismo: fino a quando non sia stata proposta querela o presentata denuncia per i reati di ingiuria, diffamazione, minaccia o trattamento illecito di dati personali commessi, mediante Internet, da minorenni ultraquattordicenni nei confronti di altro minorenne, il questore – assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti – potrà convocare il minore responsabile (insieme ad almeno un genitore o ad altra persona esercente la responsabilità genitoriale), ammonendolo oralmente ed invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge.

Il Presidente dell’Autorità Garante Privacy, Antonello Soro ha dichiarato: “L’approvazione definitiva del ddl sul cyberbullismo è un risultato importante e atteso da tempo. Particolarmente positiva è la scelta di coniugare approccio preventivo e riparatorio, grazie alla promozione dell’educazione digitale e alla specifica procedura di rimozione dei contenuti lesivi della dignità del minore.

L’Autorità si impegnerà a svolgere – con la responsabilità che a tale alto compito si addice – l’importante funzione di garanzia assegnatale dalla legge anche in questo contesto. E’ infatti fondamentale garantire la tutela di una generazione tanto più iperconnessa quanto più fragile, se non adeguatamente responsabilizzata rispetto all’uso della rete.

Confidiamo che ai nuovi compiti corrispondano nuove indispensabili risorse umane“.

29 Mar 2017

Sei tu a controllare chi può vedere i contenuti che condividi” su Facebook. Sono le informazioni di base pubblicate nella policy di Facebook. Quando si posta si può decidere a chi sarà visibile, ma un post su Facebook rischia di non essere riservato ai soli “amici”, anche se il profilo è “chiuso”.

Il principio è stato affermato dal Garante privacy in un recente provvedimento [doc. web n. 6163649] con il quale ha ordinato a una donna la rimozione dalla propria pagina Facebook di due sentenze, sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio, in cui erano riportati delicati aspetti di vita familiare che riguardavano anche la figlia minorenne.

L’Autorità – intervenuta  su segnalazione dell’ex marito che lamentava una violazione del diritto alla riservatezza della figlia – ha ritenuto che la divulgazione dei provvedimenti giurisdizionali in questione fosse incompatibile con quanto stabilito dal Codice privacy. Il Codice vieta infatti la pubblicazione “con qualsiasi mezzo” di notizie che consentano l’identificazione di un minore coinvolto in procedimenti giudiziari, nonché la diffusione di informazioni che possano rendere identificabili, anche indirettamente, i minori coinvolti e le parti in procedimenti in materia di famiglia. Secondo il Garante, poi, l’estrema pervasività della divulgazione su Internet aggrava notevolmente la violazione di diritti della persona, in questo caso per giunta minore di età. Non può essere provata infatti, sempre secondo il Garante, la persistente natura chiusa del profilo e la sua accessibilità a un gruppo ristretto di “amici”, perché il profilo è facilmente modificabile, da “chiuso” ad “aperto”, in ogni momento da parte dell’utente. Vi è, inoltre, la possibilità che un “amico” condivida il post con le sentenze sulla propria pagina, rendendolo visibile ad altri iscritti, determinando così una possibile conoscibilità “dinamica“, più o meno ampia, del contenuto che può estendersi potenzialmente a tutti gli iscritti a Facebook.

l’estrema diffusività della divulgazione su internet aggrava notevolmente, rispetto a qualsiasi altro mezzo, la violazione dei diritti dell’interessato (in questo caso peraltro minore), anche perché le eventuali “regole” di privacy possono non essere applicate correttamente dall’utente o aggirate da navigatori esperti;

Nel disporre la rimozione, l’Autorità ha sottolineato infine, che le sentenze consentono di rendere identificabile la bambina nella cerchia di persone che condividono le informazioni “postate” dalla madre sul proprio profilo e contengono dettagli molto delicati, anche inerenti alla sfera sessuale, al vissuto familiare e a disagi personali della piccola.

(Fonte Garante Privacy)

20 Mag 2016

No a troppe informazioni che rendono identificabile un bambino malato. Il diritto del minore alla riservatezza prevale sul diritto di cronaca e neanche il consenso dei genitori autorizza il giornalista a riportare informazioni che possano nuocere al suo sviluppo.

Il Garante Privacy a seguito della pubblicazione di diversi dati identificativi di una bambina (fotografie, il nome, il luogo di residenza, l’età, il nome e il cognome della madre, il nome della scuola frequentata), su alcune testate giornalistiche, ha avviato d’ufficio un’istruttoria, in cui ha chiesto alle società proprietarie delle testate, a fornire proprie osservazioni nonché a rappresentare eventuali iniziative assunte spontaneamente a tutela della minore

Il Garante ha tuttavia ritenuto di non dover adottare alcun provvedimento inibitorio, poiché le testate, appena avuta notizia dell’avvio dell’istruttoria, hanno eliminato gli articoli dalla rete o oscurato i dati che rendevano identificabile la bambina.

La vicenda descritta negli articoli affronta, a parere dell’Autorità, un tema di indubbio interesse pubblico, riguardando il dibattito in corso sul rapporto rischi benefici delle vaccinazioni.

Nel riportare la notizia, i giornalisti devono però tener conto delle regole che disciplinano il rapporto tra attività giornalistica e protezione dei dati personali e delle garanzie poste a tutela dei più piccoli.

Nel caso di specie trovano applicazione le norme che regolano il rapporto tra attività giornalistica e protezione dei dati personali, nonché i principi e le specifiche garanzie poste a tutela della dei minori. In particolare:

  • l’art. 137, comma 3, del Codice il quale dispone che in caso di diffusione di dati personali per finalità giornalistiche restano fermi i limiti del diritto di cronaca a tutela dei diritti di cui all’articolo 2 del medesimo Codice (dignità, riservatezza, identità personale e protezione dei dati personali) e, in particolare, il limite dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico;
  • l’art. 7 del codice di deontologia il quale afferma che il diritto del minore alla riservatezza deve essere sempre considerato come primario rispetto al diritto di cronaca e stabilisce che «al fine di tutelarne la personalità, il giornalista non pubblica i nomi dei minori coinvolti in fatti di cronaca, né fornisce particolari in grado di condurre alla loro identificazione» (comma 1).

Il principio di essenzialità dell’informazione e la speciale tutela a favore del minore devono essere inoltre interpretati alla luce della particolare protezione accordata, anche nell’esercizio dell’attività giornalistica, alle informazioni idonee a rivelare lo stato di salute (art. 139 del Codice). Con riguardo al caso di specie, e proprio in relazione a malattie gravi riferibili a una persona identificata e identificabile, il codice di deontologia prescrive al giornalista di rispettarne la dignità, la riservatezza e il decoro personale e di astenersi dal pubblicare dati analitici (art. 10). Anche la Carta di Treviso, richiamata dal citato art. 7 del codice di deontologia, stabilisce che, in caso di bambini malati, occorre porre “particolare attenzione e sensibilità nella diffusione delle immagini e delle vicende” che li riguardano al fine di evitare forme di sensazionalismo lesive della loro personalità.

E, anche se in questo caso la diffusione di dati personali è avvenuta con il consenso dei genitori, questo elemento, sottolinea l’Autorità, non è di per sé sufficiente a legittimare l’identificabilità del minore. Il consenso parentale non esime infatti il giornalista dal valutare il potenziale pregiudizio che può derivare dalla pubblicazione di informazioni così dettagliate.

Il giornalista è chiamato ad adottare le cautele di volta in volta più opportune per tutelare il minore, senza per questo abdicare al ruolo fondamentale di denuncia e informazione della collettività. Tale principio, più volte affermato dall’Autorità, trova conferma anche nella Carta di Treviso, secondo cui, “a prescindere dall’eventuale consenso dei genitori, il  minore non va coinvolto in forme di comunicazioni lesive dell’armonico sviluppo della sua personalità“.

(Fonte Garante Privacy)