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Videosorveglianza

25 Giu 2020

Recentemente la città di Udine, ha installato sessantasette nuove telecamere per garantire la sicurezza in città: il Comune di Udine ha deciso di ampliare il sistema di videosorveglianza installando altri impianti rispetto ai settantacinque già esistenti, con un occhio alle innovazioni tecnologiche che permetteranno il riconoscimento di mezzi e individui e, in futuro, quello facciale. «Si tratta del più grande intervento di questo genere nella storia della città, commenta l’assessore alla sicurezza, Alessandro Ciani.

Saranno implementati gli strumenti di video-analisi, come il riconoscimento di mezzi e individui (e un domani il riconoscimento facciale) sulla base di filtri come l’età, il sesso, gli abiti, l’orario, attraverso l’utilizzo di software di analisi forense, novità di questo intervento, che rappresenta una rivoluzione, perché ci permette una copertura omogenea su tutto il territorio udinese, garantendo una prevenzione efficace della criminalità e il riconoscimento di chi si è reso responsabile di illeciti

Le nuove telecamere saranno collegate alla piattaforma di videosorveglianza VMS (Video Management Server) Genetec Security Center già utilizzata dall’Amministrazione per la gestione delle attuali telecamere.

(Fonte: ilgazzettino.it)

17 Mar 2020

Il Comitato Europeo per la Protezione dei Dati (European Data Protection Board (EDPB)) ha pubblicato, il 29 gennaio 2020, a seguito della consultazione pubblica, le linee guida n. 3/2019 relative al trattamento dei dati personali in materia di videosorveglianza.

Analizziamo i punti principali.

1. Ambito di applicazione. Nelle linee guida vengono specificati i casi in cui il GDPR non trova applicazione:

  • installazione di telecamere finte che, in quanto tali, non elaborano dati personali (attenzione alla normativa italiana);
  • registrazioni effettuate da un’altitudine elevata, se i dati elaborati non sono collegati a una persona specifica;
  • videocamere integrate in un’auto per l’assistenza al parcheggio se non raccoglie informazioni relative a una persona fisica;
  • infine, le Linee guida non trovano applicazione nei casi in cui l’impianto di videosorveglianza sia utilizzato da persone fisiche nell’ambito della propria vita domestica.

2. Base giuridica. Il Comitato individua tale fondamento nel legittimo interesse (art. 6 comma 1, lett. f GDPR), che deve sempre essere oggetto di bilanciamento (LIA) o nella sussistenza di un interesse pubblico (art. 6, comma 1 lett. e GDPR). Il consenso dell’interessato invece si conferma base giuridica residuale. Quindi sarà opportuno valutare con molta attenzione quale debba considerarsi la base giuridica corretta del trattamento.

Importante. Prima di installare un sistema di videosorveglianza, il titolare deve sempre stabile le finalità del trattamento (determinate, esplicite e legittime) e la base giudirica.

3. Informativa. Necessario fornire un’informativa agli interessati, di primo livello sottoforma di vignetta (c.d. informativa minima) che rimanda ad un’informativa estesa e completa.

La nuova vignetta predisposta dall’EDPB consente agli interessati di conoscere preventivamente quali dati personali vengono trattati entrando nel raggio di azione delle videocamere. L’informativa semplificata deve contenere, oltre ai dati di contatto del Titolare, anche quelli del Responsabile Protezione Dati, le finalità del trattamento e un breve richiamo ai diritti dell’interessato. Il cartello dovrà poi contenere indicazioni su come ottenere l’informativa completa, facendo preferibilmente uso di una fonte digitale (es QR-code o indirizzo sito Web).

Importante. L’azienda dovrà predisporre i cartelli con indicazioni precise, riportando le modalità per ottenere l’informativa completa, redatta secondo l’art. 13 GDPR.

4. Posizionamento del segnale di avvertimento. Le informazioni devono essere posizionate in modo tale che l’interessato possa riconoscere facilmente le circostanze della sorveglianza prima di entrare nell’area monitorata. L’interessato deve essere in grado di stimare quale area viene catturata da una telecamera in modo da poter evitare la sorveglianza o adattare il proprio comportamento, se necessario.

5. Conservazione delle immagini. Le Linee guida non indicano i limiti di tempo predefiniti di conservazione delle immagini, lasciando il titolare libero nella scelta che dovrà comunque essere ispirata ai principi di necessità e proporzionalità.  In particolare, nell’articolo 8 si chiarisce che “più è lungo il periodo di conservazione impostato (in particolare quando oltre le 72 ore), più devono essere fornite argomentazioni sulla legittimità dello scopo e sulla necessità di conservazione”. Pertanto, si dovrà indicare in un documento, la motivazione che spinge al prolungamento della conservazione.

6. Misure di Sicurezza. Le misure tecniche e organizzative, ai sensi dell’art. 32 del GDPR, dovrano essere adeguate per la protezione dei dati andranno pianificate prima di iniziare la raccolta e l’elaborazione delle riprese video. Il Titolare dovrà valutare la necessità di predisporre una Valutazione d’Impatto (DPIA), in quanto il Comitato ha stabilito che nella generalità dei casi, i trattamenti dei dati attraverso la videosorveglianza, richiedono l’effettuazione di una DPIA.

Attualmente, per l’Italia comunque resta sempre valido il Provvedimento del Garante dell’8 aprile 2010 sulla Videosorveglianza, che dovrà essere aggiornato.

Articolo: Patrizia Meo

(Fonte: linee guida n. 3/2019)

 

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25 Feb 2020

L’autorità Garante Privacy, con Provvedimento del 26 febbraio 2020, ha ingiunto al Comune di Como di conformarsi al Decreto Legislativo 18 maggio 2018, n. 51,  per l’installazione di un impianto di videosorveglianza con riconoscimento facciale.

Il Caso

Il Comune di Como, ha installato un sistema di videosorveglianza con funzioni di riconoscimento facciale in una zona antistante la stazione ferroviaria, per “consentire al nucleo di PG della Polizia Locale di individuare persone oggetto di indagine e/o scomparse al passaggio nell’area sottoposta a controllo; consentire di individuare automaticamente situazioni sospette (loitering), potenzialmente pericolose (abbandono di oggetti) o rilevare automaticamente furti di oggetti o ingressi/uscite da aree di interesse per indagini.”

Definizione di dato biometrico

Nel provvedimento il Garante ha innanzitutto ritenuto che i dati acquisiti dalle telecamere costituiscono indubbiamente dati biometrici: “dati personali ottenuti da un trattamento tecnico specifico relativi alle caratteristiche fisiche, fisiologiche o comportamentali di una persona fisica che ne consentono o confermano l’identificazione univoca, quali l’immagine facciale o i dati dattiloscopici”, come definiti dall’art. 4 par. 1 n. 14.

Il Parere del Garante

Inoltre, evidenzia che la raccolta di dati biometrici – funzionale in particolare all’identificazione dei soggetti interessati nei soli casi nei quali emergano specifiche esigenze investigative, segnatamente ai sensi dell’art. 349 c.p.p. – può essere effettuata solo in presenza di un’idonea previsione normativa ai sensi dell’art. 7 d.lgs. n. 51/2018, che al momento non pare rinvenibile.

Però, tale previsione potrebbe eventualmente anche essere contenuta e adeguatamente circoscritta, quanto a presupposti di ammissibilità, nel d.P.R. di prossima adozione di cui all’art. 5, comma 2, del d.lgs. n. 51/2018, così oltretutto uniformando le condizioni per il (e le garanzie nel) ricorso a dati biometrici da parte degli enti territoriali, in particolare per le funzioni di polizia giudiziaria riservate alla polizia locale.

In conclusione, il Garante privacy non ha autorizzato il Comune ad attivare il sistema di riconoscimento facciale, ma il nuovo Decreto potrà consentirlo in via generale, in quanto fornirà la base normativa necessaria e idonea a disciplinare questa raccolta.

(Fonte Garante Privacy)

2 Gen 2020

Il Tribunale di Padova, con il decreto 6031 del 4 ottobre 2019 ha fatto il punto sulle condizioni di liceità delle investigazioni sui dipendenti. Il ricorso ad agenzie private da parte del datore di lavoro e l’utilizzabilità in giudizio del loro operato richiede un’attenta osservanza di limiti, che sono in costante aggiornamento, data l’evoluzione delle normative che disciplinano gli interessi coinvolti e l’interpretazione che la giurisprudenza ne offre.

L’indagine commissionata dal datore di lavoro ad agenti investigativi rientra nell’ipotesi di «impiego di personale addetto alla vigilanza dell’attività lavorativa», rispetto alla quale l’articolo 3 dello Statuto dei lavoratori delimita la sfera di intervento del datore (l’articolo 3 prevede infatti che i nominativi e le mansioni specifiche del personale addetto alla vigilanza dell’attività lavorativa debbano essere comunicati ai lavoratori interessati).

Secondo l’interpretazione estensiva che la giurisprudenza ormai consolidata ha elaborato di questa disposizione, il divieto di controllo occulto sancito dalla norma non opera quando il ricorso alle investigazioni private sia diretto a verificare comportamenti che possono configurare condotte illecite o anche solo il sospetto della loro realizzazione (Cassazione, sentenze 4984/2014 e 15094/2018).

Il controllo delle agenzie investigative non deve sconfinare nella vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria del dipendente. In particolare, non deve consistere nel controllo dell’adempimento diligente delle mansioni, che è riservato direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori. Le indagini devono invece riguardare comportamenti che abbiano rilevanza non come mero inadempimento contrattuale, ma come autonome fattispecie illecite: civili, amministrative o penali. La giurisprudenza riconosce come verifiche di condotte illecite (perpetrate o sospettate) che consentono il ricorso all’agenzia investigativa:

  • quelle relative all’attività extralavorativa svolta dal dipendente violando il divieto di concorrenza, che sia fonte di danni per il datore di lavoro (Cassazione, sentenza 12810/2017);
  • quelle riguardanti l’uso improprio da parte del dipendente dei permessi previsti dall’articolo 33 della legge 104/1992 (Cassazione sentenza 4984/2014);
  • i comportamenti adottati nel corso di una malattia, laddove i controlli non devono riguardare gli aspetti sanitari (preclusi dall’articolo 5 dello Statuto dei lavoratori) ma le condotte extralavorative che attestano l’insussistenza della malattia o dello stato di incapacità lavorativa (Cassazione, sentenza 12810/2017);
  • quelle relative allo svolgimento durante l’orario di lavoro di attività retribuita in favore di terzi (Cassazione, sentenze 5269 e 14383 del 2000);
  • le attestazioni con le quali il dipendente afferma la propria presenza in servizio a fronte di prestazione lavorativa resa invece a orario ridotto (Cassazione, sentenza 14975/2018).

Il principio è quello dei cosiddetti controlli difensivi, che la giurisprudenza ha poi esteso all’interpretazione dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori sui controlli a distanza, nel testo anteriore alla riforma avvenuta con l’articolo 23 del Dlgs 151/2015.

I controlli a distanza

Le considerazioni relative al rapporto tra la nuova formulazione dell’articolo 4 e i controlli difensivi non coinvolgono l’articolo 3 dello Statuto dei lavoratori e quindi il tema del ricorso ad agenzie investigative. Il sistema normativo previsto dal riformulato articolo 4 riguarda infatti gli specifici controlli dei lavoratori tramite l’istallazione di impianti audiovisivi e strumenti tecnologici. Tra l’altro, il testo dell’articolo 3 non è stato modificato dalla riforma.

Il differente campo di applicazione porta a escludere che l’utilizzazione in giudizio del materiale fotografico della relazione investigativa sia normato dall’articolo 4, comma 1, dello Statuto, che riguarda impianti «installati» dal datore di lavoro.

I requisiti dell’incarico

È essenziale che l’incarico alle agenzie investigative sia conferito per iscritto. Il loro operato deve essere conforme alla normativa sulla privacy e alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in materia.

Le verifiche tramite investigatori devono rispondere all’esigenza di assicurare la protezione di diritti. L’attività di controllo non deve essere frutto di un’iniziativa arbitraria del datore di lavoro e non deve riguardare indistintamente un gruppo di lavoratori (no a controlli di massa).

Lo strumento di indagine usato deve essere il meno invasivo fra quelli disponibili e i controlli devono essere attuati con strumenti proporzionati al fine conseguito (principio di proporzionalità). Infine, i dati raccolti devono essere trattati da chi riceve e da chi conferisce l’incarico e le indagini devono concludersi in un termine ragionevole prestabilito.

Fonte: Il sole 24 ore

12 Mag 2019

Nessun silenzio-assenso sulla richiesta di autorizzazione all’installazione e utilizzo nei luoghi di lavoro degli impianti audiovisivi e degli altri strumenti di controllo previsti dall’art. 4, comma 1, della L. n.300/1970 e successive modificazioni. A chiarirlo è il Ministero del Lavoro nell’interpello n.3/2019 in risposta all’istanza presentata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, precisando che la stessa norma non consente l’installazione e l’utilizzo degli impianti di controllo senza un atto espresso di autorizzazione sia di carattere negoziale, come un accordo sindacale, sia di carattere amministrativo, come un provvedimento, per via della disuguaglianza di stato tra datore di lavoro e lavoratori.

Infatti, le disposizioni contenute all’art. 4 affidano, in primis, ad un accordo tra la parte datoriale e le rappresentanze sindacali la possibilità di impiego degli impianti e degli altri strumenti che consentano anche il controllo dell’attività dei lavoratori. In mancanza di accordo, l’installazione è subordinata all’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro.

Già con nota del 16 aprile 2012 (prot. n. 7162) la Direzione Generale per l’attività ispettiva del Ministero aveva fornito istruzioni operative in relazione al rilascio delle autorizzazioni previste dall’articolo 4 della legge n. 300del 1970. In quella occasione era stata sottolineata la necessità di considerare i presupposti legittimanti la richiesta di installazione di impianti di controllo, ovvero l’effettiva sussistenza delle esigenze organizzative e produttive, sottolineando inoltre il necessario rispetto del Codice per la privacy, nonché dei successivi provvedimenti del Garante, in particolare delle prescrizioni del Provvedimento generale sulla videosorveglianza dell’8 aprile 2010, nel quale, tra l’altro, si afferma l’esclusione dell’applicazione del principio del silenzio-assenso in questo caso specifico.

(Fonte: Consulenti del Lavoro)

29 Mar 2019
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Lo Studio Patrizia Meo è lieto di invitarvi all’incontro “Istruzioni GDPR. Cosa fare in pratica” di mercoledì 17 aprile, al fine di presentarvi le ultime novità in termini di adempimenti privacy.

 

DATA: mercoledì 17 aprile 2019

ORARIO: dalle ore 16.00 alle ore 18.00

SEDE: Biblioteca di Padenghe s/G, Via Roma, 4, Padenghe Sul Garda (Brescia)

DESTINATARI: imprenditori e professionisti, dipendenti che devono ancora adeguarsi al nuovo Regolamento Ue 2016/679 sulla privacy.

 

ARGOMENTI:

  • Conosciamo insieme il Regolamento UE 2016/679
  • Come predisporre un sistema di gestione privacy
  • Valutare e prevenire i rischi del trattamento dei dati
  • Videosorveglianza: come adeguarsi

 

RELATORI:

Patrizia Meo, Consulente privacy e DPO

Luisa Nizzola, Avvocato Foro di Brescia

Nino Papani, Consulente privacy e DPO

 

PERCHE` NON MANCARE: per avere un quadro semplice ma preciso in merito alle ultime novità sui principali adempimenti Privacy da attuare nell’ambito dell’attività d’impresa.

 

ISCRIZIONE OBBLIGATORIA: entro venerdì 12 aprile 2019.

La partecipazione è libera e gratuita, ma l’iscrizione obbligatoria a causa di un numero di posti limitati, è opportuno segnalare la presenza compilando lo specifico modulo.

modulo adesione

Per maggiori informazioni: 0309900647

5 Mar 2019

L’Ispettorato Nazionale del Lavoro a seguito di richieste circa la corretta applicazione dell’art. 4 della L. n. 300/1970 in cui si chiede se sia necessario, in caso di cambio di titolarità dell’impresa, avviare una nuova procedura per accordo in sede sindacale o autorizzative oppure se si possa operare in una sorta di continuità comunicando alle sedi competenti la modifica societaria, risponde con la con la Circolare n. 1881 del 25 febbraio 2019.

L’art. 4 della L. n. 300/1970 (Statuto dei lavoratori), dispone che gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale e possono essere installati previo accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali.

L’Ispettorato Nazionale chiarisce che, qualora gli strumenti/impianti siano stati installati seguendo le procedure indicate dall’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori e non siano intervenuti cambiamenti in merito ai presupposti legittimanti e modalità di funzionamento, non sarà necessario un rinnovo dell’autorizzazione.

“…il mero “subentro” di un’impresa in locali già dotati degli impianti/strumenti … non integra di per sé profili di illegittimità qualora gli impianti/strumenti stessi siano stati installati osservando le procedure (accordo collettivo o autorizzazione) previste dall’art. 4 della L. n. 300/1970 e non siano intervenuti mutamenti:

  • dei presupposti legittimanti (esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale);
  • delle modalità di funzionamento.

A tali fine, il titolare subentrante dovrà:

  • comunicare all’Ufficio [ITL] che ha rilasciato l’autorizzazione, gli estremi del provvedimento di autorizzazione alla installazione degli impianti;
  • rendere una dichiarazione con la quale attesti che, con il cambio di titolarità, non sono mutati né i presupposti legittimanti il suo rilascio, né le modalità di uso dell’impianto audiovisivo o dello strumento autorizzato.

Laddove peraltro non ricorra l’evidenziata condizione di invarianza dei richiamati presupposti, sarà necessario avviare nuovamente le procedure ex art. 4 L. n. 300/1970, fermo restando che sono in ogni caso assolutamente vietate eventuali modalità di uso diverse da quelle già autorizzate.

 

Fonte: Ispettorato Nazionale del Lavoro

 

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Le novità dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro in tema di videosorveglianza
20 Feb 2019

Installare le telecamere in un condominio pone non pochi problemi. In primis chi decide se si possono installare e poi quale sono le zone che si possono riprendere.

La legge di riforma del condominio, L. n. 220/2012, ha introdotto un nuovo articolo nel Codice civile riguardante proprio le telecamere in condominio.

L’ art. 1122-ter c.c. (Impianti di videosorveglianza sulle parti comuni) stabilisce che “le deliberazioni concernenti l’installazione sulle parti comuni dell’edificio di impianti volti a consentire la videosorveglianza su di esse sono approvate dall’assemblea” con un numero di voti che rappresenti la maggioranza degli intervenuti e almeno la metà del valore dell’edificio (art. 1136, comma 2, c.c.).

L’articolo chiarisce i tanti dubbi sull’installazione degli impianti di videosorveglianza (sulle parti comuni) e stabilisce che le deliberazioni che interessano l’installazione di impianti di videosorveglianza sulle parti comuni dell’edificio devono essere approvate dall’assemblea. Pertanto, l’assemblea decide se installare l’impianto di videosorveglianza, e dovrà avere come obiettivo quello di tutelare la sicurezza di cose e persone, ovvero beni comuni e i condomini o i loro familiari. Non si potrà, ad esempio, puntare una telecamera in condominio che riprende il terrazzo o la finestra del vicino.

La videosorveglianza nel condominio dovrà rispettare le regole previste dal provvedimento generale del Garante in materia di videosorveglianza dell’8 aprile 2010, in vigore con il Regolamento UE 2016/679. Disposizioni richiamate nel vademecum “Il condominio e la privacy” redatto dal Garante della privacy.

L’installazione delle videocamere è ammissibile solo per ragioni di sicurezza e vi è l’obbligo a carico dell’amministratore di Condominio di posizionare appositi cartelli informativi in luoghi visibili e aperti al pubblico che indichino la presenza delle telecamere, eventualmente avvalendosi del modello predisposto dal Garante. Le telecamere devono riprendere solo le aree comuni da controllare (accessi, garage…), possibilmente evitando la ripresa di luoghi circostanti e di particolari che non risultino rilevanti (strade, edifici, esercizi commerciali ecc.).

L’amministratore avrà anche l’obbligo di stabilire i tempi minimi di conservazione delle immagini. Le registrazioni possono essere conservate per un periodo limitato tendenzialmente non superiore alle 24-48 ore, poi devono essere cancellate. Si dovrà individuare il personale abilitato a visionare le registrazioni (soggetti autorizzati) e indicare il responsabile del trattamento dei dati. Infine, I dati raccolti (riprese, immagini) devono essere protetti con idonee e preventive misure di sicurezza.

Telecamere del singolo condomino

Quando l’installazione di sistemi di videosorveglianza viene effettuata da persone fisiche per fini esclusivamente personali e le immagini non vengono né comunicate sistematicamente a terzi, né diffuse (ad esempio attraverso apparati tipo web cam) non si applicano le norme previste dal Codice della privacy. L’area videosorvegliata è proprietà privata e non zona comune. In questo specifico caso, ad esempio, non è necessario segnalare l’eventuale presenza del sistema di videosorveglianza con un apposito cartello. Rimangono comunque valide le disposizioni in tema di responsabilità civile e di sicurezza dei dati. È tra l’altro necessario – anche per non rischiare di incorrere nel reato di interferenze illecite nella vita privata – che il sistema di videosorveglianza sia installato in maniera tale che l’obiettivo della telecamera posta di fronte alla porta di casa riprenda esclusivamente lo spazio privato e non tutto il pianerottolo o la strada, ovvero il proprio posto auto e non tutto il garage. Le riprese possono considerarsi di utilizzo esclusivamente personale, sarà opportuno che il singolo condomino assicuri il diritto alla riservatezza delle persone. Per la Cassazione si commette reato di interferenze illecite nella vita privata quando il singolo condomino è in grado di controllare chi va e chi viene, non a casa sua ma a quella degli altri.

Se però la zona ripresa è di accesso libero a tutti il discorso cambia: ecco perché è lecita l’installazione di un sistema di videosorveglianza che riprende il vialetto di ingresso.

Non compie violazione della privacy il condomino che installi, per motivi di sicurezza, allo scopo di tutelarsi dall’intrusione di soggetti estranei, alcune telecamere per visionare gli spazi rientranti tra le parti comuni dell’edificio (come un vialetto e l’ingresso comune dell’edificio), Sentenza Cassazione Penale, Sezione V, 26 novembre 2008, n° 44156, anche se tali riprese sono effettuate contro la volontà dei condomini. Nel caso specifico, la ripresa di quanto avveniva nelle zone di uso comune non protette, per quanto effettuata contro la volontà dei condomini, non era d’altro canto effettuata né clandestinamente né fraudolentemente.

Si configura reato quando concorrono due elementi: 1) l’indebita interferenza in uno dei luoghi indicati nell’articolo 614 c.p. (violazione di domicilio) realizzata con telecamere e 2) l’attinenza delle notizie o immagini alla vita privata che si svolge in quei luoghi. In assenza di uno di questi requisiti, non c’è reato.

Nel caso sopra, l’imputato aveva fornito ai vicini la possibilità di controllare quanto visualizzato dalle telecamere mediante i televisori all’interno delle loro case, ed era stato provato in giudizio che l’angolazione delle telecamere consentiva la visuale solo incidentale di piccole porzioni di uno sporto e di un poggiolo. La ripresa delle aree comuni non poteva, di conseguenza, ritenersi in alcun modo invasiva della sfera privata dei condomini.

 

30 Giu 2018

Una società di trasporto pubblico ferroviario  potrà dotare  di body cam (videocamere indossabili) gli addetti alla sicurezza e  i capitreno per contrastare e prevenire aggressioni furti e atti vandalici, in aumento negli ultimi anni. Ma dovrà adottare precise misure a tutela della riservatezza delle persone riprese [doc. web n. 8995107].

(Fonte Garante Privacy)

30 Apr 2018

Via libera del Garante privacy  a un sistema di geolocalizzazione satellitare dei veicoli della polizia municipale  che opera  nei territori di alcuni comuni aderenti a una convenzione  per la gestione associata del servizio [doc. web n. 8576577].

Scopo della localizzazione sarà quello di garantire la sicurezza e l’incolumità del personale e di ottimizzare l’impiego di operatori e veicoli della polizia municipale. Il sistema, sottoposto al vaglio dell’Autorità, sarà utile anche a rilevazioni di tipo statistico  e di rendicontazione del servizio.

I dati, che appariranno in tempo reale su un monitor presso la centrale operativa, saranno visualizzabili esclusivamente dal responsabile del servizio o da un suo delegato per localizzare la posizione dei veicoli e, se necessario, identificare l’operatore al solo scopo di coordinare in modo più efficiente il servizio o gestire eventuali situazioni di criticità o emergenza.

I dati relativi al tempo di permanenza e ai chilometri percorsi in una determinata area saranno conservati per un periodo massimo di trenta giorni ai fini della rendicontazione. Le informazioni riferite ai dipendenti impiegati nel servizio, mai direttamente identificati e comunque non più identificabili a fine turno, “a fine giornata”, il Comune ha assicurato che il sistema prevede la rimozione delle tabelle di presa in carico dei veicoli, in modo da non permettere l’ulteriore identificabilità degli operatori, in relazione ai dati di localizzazione memorizzati:, non saranno utilizzate per finalità più strettamente legate alla gestione del rapporto di lavoro, quali la verifica della presenza in servizio, la commisurazione dell’orario di lavoro o per finalità disciplinari.

Il Garante, tenuto conto dalla particolare natura dell’attività di polizia locale e delle cautele proposte dal titolare a tutela degli interessati, ha ritenuto lecito, pertinente e non eccedente il trattamento dei dati personali mediante il sistema anche in considerazione del fatto che prima della sua installazione ciascun Comune aderente alla Convenzione acquisirà l’autorizzazione del Ministero del lavoro e delle politiche socialiDirezione territoriale del lavoro, in conformità alla disciplina in materia di controllo a distanza dei lavoratori.

Il Garante ha inoltre  previsto specifiche misure di sicurezza come la configurazione del sistema, in modo tale da consentire solo accessi autorizzati  tramite assegnazione di credenziali di autenticazione differenziate e limitando i profili autorizzati alla modifica e all’estrazione dei dati. Inoltre, il titolare dovrà fornire agli interessati:

un’informativa comprensiva di tutti gli elementi contenuti nell’articolo 13 del Codice  e a rendere chiaramente riconoscibili agli interessati i trattamenti che intende effettuare (art. 11, comma 1, lett. a), del Codice;

predisporre misure al fine di garantire agli interessati l’esercizio dei diritti previsti dagli articoli 7 e seguenti del Codice;

effettuare la notificazione al Garante ai sensi degli articoli 37 e ss., qualora il trattamento abbia effettivamente inizio prima del 25 maggio 2018 (tenendo conto che tale adempimento non sarà più dovuto in data successiva al 25 maggio p.v.).

 

(Fonte Garante Privacy)