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Pensa per postare

18 Nov 2019

Il Tribunale di Bari si è pronunciato con l’ordinanza del 7 novembre scorso all’interno del procedimento civile 6359/2017, affermando che il consenso dell’interessato può essere revocato in un secondo momento. La persona ritratta può sempre cambiare idea, indipendentemente dalla liberatoria sottoscritta. E la richiesta di cancellazione deve essere esaudita.

Il giudice ha chiarito che l’immagine e la riservatezza sono due diritti assoluti e non possono subire limiti, salvi i casi cui la pubblicazione è obbligatoria per legge (esigenze di giustizia, vitali, pubblico interesse, esecuzioni contrattuali). L’entrata in vigore del Regolamento Ue 679/2016 (il Gdpr) del 25 maggio 2018 ha rafforzato questo concetto.

Così se due amici acconsentono alla pubblicazione delle proprie fotografie sui social network, un litigio successivo potrebbe giustificare la richiesta di cancellazione di quelle stesse immagini, a prescindere dalla dimostrazione del danno subito. Non conta sostenere che la posa sorridente equivalga al consenso implicito perché l’interessato può sempre cambiare idea e negare che le fotografie continuino a restare online.

Nel caso specifico su cui si è pronunciato il tribunale di Bari, oltre alle foto del ricorrente, erano state condivise su Facebook anche le immagini dei suoi figli minorenni. Ancora una volta il giudice richiama l’attenzione sulla tutela rafforzata del diritto all’immagine dei minori. Così la signora, che non si è costituita in giudizio, è stata condannata a rimuovere le fotografie, a pagare le spese processuali e, visti i rapporti anche pregressi tra le parti, a versare la somma esigua di due euro per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione dell’ordine di cancellazione.

La condotta della donna «deve considerarsi del tutto illecita poiché, a fronte della conoscenza dell’espresso dissenso dell’interessato, l’omessa cancellazione delle foto dal proprio profilo Facebook realizza un abuso dell’immagine altrui».

La pubblicazione delle fotografie che ritraggono una persona sui social network rappresenta un trattamento dei dati personali che, in base a quanto stabilito degli articoli 10 del Codice civile, 96 della legge sul diritto d’autore e articolo 6 del Gdpr non può prescindere dal consenso dell’interessato.

(Fonte Sole 24 Ore)

28 Dic 2017

Il Garante per la privacy ha dato ragione ad un padre che si era rivolto all’Autorità per tutelare il diritto all’immagine e all’identità personale della figlia minore [doc. web n. 7354837].

Oggetto della segnalazione una foto della bimba, ritratta vestita da sposa nell’atto di infilare un anello nuziale nella mano di un adulto, pubblicata sulla pagina web di una testata online a corredo di un articolo che riguardava una ragazzina ridotta in schiavitù dal padre e promessa in sposa ad un connazionale dietro pagamento di una somma di denaro.

La bambina fotografata però non era quella a cui si riferiva l’articolo ma la figlia del segnalante, che era stata ritratta in abito matrimoniale per una campagna di sensibilizzazione contro la pratica delle spose bambine promossa da una ong internazionale. La testata on line dunque aveva utilizzato la foto in un contesto improprio, che poteva indurre i lettori a ritenere che la minore ritratta fosse la vera protagonista del fatto di cronaca.

L’associazione della fotografia della bambina protagonista della campagna di sensibilizzazione, figlia del segnalante, configura – secondo il Garante – un trattamento illecito di dati personali. L’accostamento, infatti, dell‘immagine al fatto di cronaca è lesivo del diritto all’identità personale della minore (artt. 2 e 11 e 137 del Codice privacy) e può arrecare un danno alla bambina fotografata e la cui immagine era stata diffusa con obiettivi del tutto diversi. La testata, inoltre, non ha adottato alcun accorgimento per prevenire l’identificazione della minore, ad es., pixelandone il volto. Una misura che, se richiesta (in astratto) rispetto alla eventuale diffusione della foto della vera protagonista della vicenda (art. 7 del codice deontologico dei giornalisti e Carta di Treviso), a maggior ragione si sarebbe dovuta adottare per la figlia del segnalante che nulla ha a che vedere con i fatti di cronaca riportati nell’articolo.

All’editore della testata, che nel corso dell’istruttoria ha rimosso la fotografia dal sito, l’Autorità ha prescritto di adottare le misure necessarie affinché l’immagine non sia ulteriormente utilizzata in violazione del diritto all’identità personale della bambina.

(fonte Garante Privacy)

10 Dic 2017

Ogni volta che un colosso del mondo digitale annuncia un progetto «per i bambini», istintivamente siamo portati, se non a gioire, almeno a tirare un respiro di sollievo. Anche i meno tecnologici tra noi hanno infatti capito che ormai web e social sono parte delle nostra vita. E l’idea che qualcuno crei una sorta di ‘area protetta’ per i nostri figli, non può che farci piacere. Le cose però sono molto più complicate di come appaiono. L’annuncio secondo cui Facebook ha creato Messenger Kids, una versione semplificata di Facebook Messenger destinata ai minori di 13 anni (che permette di chattare e inviare foto e video come WhatsApp), dovrebbe farci riflettere su due punti. Il primo: dopo la polemica sulle fake news e l’odio online, Facebook sta facendo di tutto per apparire un social ‘buono’ e utile. Secondo punto: i colossi del web vogliono a tutti i costi il pubblico dei bambini.

Perché sono il futuro. Perché già oggi è facile trasformarli in consumatori ‘bisognosi’ di giocattoli e regali. Perché producono fatturato. Perché sono una risorsa molto preziosa. Per i bambini, poi, le tecnologie sono strumenti quotidiani che vedono già alla nascita. Qualcosa quindi di perfettamente normale. Con tutti i vantaggi e i pericoli che questo comporta. E poi ci sono i genitori (gran parte di noi). Tanto preoccupati quanto (spesso) tecnologicamente arretrati. Adulti che sognano che un algoritmo, un’app, uno strumento, un ‘qualcosa’ crei un’area protetta per i bambini e ci faccia dormire sonni tranquilli.

Per questo sono nati YouTube Kids, Kiddle (una sorta di Google per i bambini) e Family Link di Google, che avrebbe dovuto permettere ai genitori di controllare meglio i figli online. Per questo, già da anni Facebook ha persino pensato a un social per bambini, depositando un brevetto per una specie di sistema di ‘controllo’ che permetta la sorveglianza del profilo del proprio figlio da parte dei genitori. Per questo ora arriva Messenger Kids, «a cui i bambini si possono iscrivere con l’account dei genitori, così saranno mamma e papà ad autorizzarne l’uso e a decidere con quali contatti i figli potranno scambiare messaggi e lanciare videochat, anche di gruppo. La chat non prevede pubblicità, né la possibilità di fare acquisti e nemmeno la possibilità di far sparire i messaggi o nasconderli nel caso in cui i genitori volessero controllarli».

Così, mentre gli adulti si sentono più tranquilli, Facebook abbatte un altro importante muro: il divieto ai minori di 13 anni di iscriversi a un servizio simile. La soglia minima dei 13 anni è stata decisa in America dal Children Online Privacy Protecion Act del 1998. Una legge che non protegge in toto i bambini da social e app, ma regola l’uso da parte dei gestori dei dati digitali dei minori di 13 anni, rendendoli così complicati e costosi da raccogliere al punto da indurre le società a tenersene alla larga. Fino a poco fa, tuttavia. Non a caso Messenger Kids informa che «le informazioni raccolte sui bambini non saranno usate per fare pubblicità».

Ma verranno raccolte e utlizzate comunque. Su minori di 13 anni. Il trucco è che avverrà con la ‘complicità’ dei genitori. È questo il punto nodale: la decisione di come far usare ai minori gli strumenti digitali non spetta ai bambini (anche se sono molto più tecnologici di tanti adulti), ma ai genitori, agli educatori, agli insegnanti. Ed essi, per farlo al meglio, devono studiare le nuove tecnologie. In questo senso, all’orizzonte c’è una data importantissima: il 25 maggio 2018, fra sei mesi circa, diventerà definitivamente applicabile in via diretta in tutti i Paesi Ue il ‘Regolamento europeo in merito alla protezione dei dati personali’. Stabilisce tra l’altro l’obbligo di portare da 13 a 16 anni il limite minimo per iscriversi a Facebook, Snapchat, Instagram e gli altri social (e persino per aprire una casella di posta elettronica).

Mancano solo sei mesi, eppure nessun gestore di social sembra preoccupato. Come mai? Perché la Ue ha deciso «di attribuire la facoltà alle singole nazioni di conservare la soglia dei 13 anni attualmente in vigore se lo riterranno opportuno». E c’è da scommettere che, per calcolo o anche solo per pigrizia, la maggior parte dei Governi terrà il limite attuale dei 13 anni. Salvo poi magari protestare quando la data limite per cambiare le cose sarà stata superata.

Fonte: Il social per bambini che illude i genitori

21 Nov 2017

Sui social network le foto dei bimbi si sprecano, ma d’ora in avanti nessuno scatto che coinvolga un minore potrà più comparire sulle bacheche virtuali senza il consenso di entrambi i genitori.

Lo ha stabilito il tribunale di Mantova, con una sentenza destinata a fare scuola. Se uno dei due genitori non è d’accordo sulla pubblicazione può rivolgersi al giudice. Per bloccarla ed eventualmente per chiedere la rimozione di quanto già condiviso.

«Il contesto in cui viene ritratto il minore non è una giustificazione perché con le nuove tecnologie il minore può essere estrapolato, l’attenzione bisogna porla sempre».

Così Patrizia Meo, consulente privacy e spesso a fianco del poliziotto-scrittore Domenico Geracitano nella formazione degli adolescenti e delle loro famiglie ad un corretto utilizzo dei social network, fa chiarezza sul tema della pubblicazione in rete delle immagini di minori. Difficile fare distinzioni, spiega, nel grande mare del web.

«Perché si condivide un like e un’immagine e si perde il controllo, quell’immagine può essere rtitoccata e facilmente reinserita in rete, quindi è questo l’obiettivo della sentenza, tutelare il minore nella sua dignità».

8 nov 2017,  https://www.giornaledibrescia.it/brescia-e-hinterland/social-e-minori-bisogna-tutelare-la-dignit%C3%A0-dei-bambini-1.3218307

Teletutto 8 novembre

6 Nov 2017
Inserimento di foto di figli minori sui social network nonostante l’opposizione di un genitore
Tribunale di Mantova, 19 settembre 2017.
Stante il dissenso manifestato da uno dei genitori, l’altro non può inserire foto della figlia nei social network e, conseguentemente, gli va ordinato di rimuovere immediatamente quelle da egli già inserite.
Fa discutere la sentenza del Tribunale di Mantova dopo il ricorso presentato dal papà di due bambini (di tre anni e mezzo la bimba, un anno e mezzo il più piccolo) che chiedeva al giudice di rivedere le “condizioni regolanti i rapporti genitori/figli alla stregua di supposti gravi comportamenti diseducativi posti in essere dalla madre“. Nello scorso aprile il Tribunale aveva deciso per l‘affido condiviso e la residenza dei bambini con la mamma: il giudice ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per rivedere tali accordi, non risultando provata “una grave inadeguatezza educativa” della donna, ma ha rilevato che, nonostante nell’accordo fosse stato stabilito l’obbligo di non postare le foto dei bimbi sui social e la donna si fosse impegnata a rimuovere quelle già diffuse, in realtà numerose immagini erano state pubblicate ancora successivamente.
L’inserimento di foto dei figli minori sui social network avvenuto con l’opposizione di uno dei genitori integra violazione della norma di cui all’art. 10 c.c. (concernente la tutela dell’immagine), del combinato disposto degli artt. 4,7,8 e 145 del d. lgs. 30 giugno 2003 n. 196 (riguardanti la tutela della riservatezza dei dati personali) nonché degli artt. 1 e 16 I co. della Convenzione di New York del 20-11-1989 ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 1991 n. 176, sicché va vietata la pubblicazione di tali immagini e disposta la rimozione di quelle già inserite.
Il giudice cita anche la normativa di tutela dei minori contenuta nel Regolamento Ue 2016/679 che entrerà in vigore il 25 maggio 2018, secondo cui “la immagine fotografica dei figli costituisce dato personale” e “a sua diffusione costituisce “una interferenza nella vita privata“.
Nel caso in esame il Tribunale di Mantova ha adottato un provvedimento con cui il Giudice ha stabilito che non si possono pubblicare foto dei propri figli su Facebook senza il consenso dell’altro genitore.
Inoltre, ordina al genitore di non inserire le foto dei figli sui social network, di provvedere, immediatamente, alla rimozione di tutte quelle da essa inserite nonché di attenersi alle condizioni concordate.
L’inserimento di foto di minori sui social network costituisce comportamento potenzialmente pregiudizievole per essi in quanto ciò determina la diffusione delle immagini fra un numero indeterminato di persone, conosciute e non, le quali possono essere malintenzionate e avvicinarsi ai bambini dopo averli visti più volte in foto on-line, non potendo inoltre andare sottaciuto l’ulteriore pericolo costituito dalla condotta di soggetti che “taggano” le foto on-line dei minori e, con procedimenti di fotomontaggio, ne traggono materiale pedopornografico da far circolare fra gli interessati, come ripetutamente evidenziato dagli organi di polizia.
http://www.ilcaso.it/dirittofamigliaminori.php
6 Nov 2017

Il Miur ha pubblicato le Linee di Orientamento per la prevenzione e il contrasto del Cyberbullismo, così come previsto dalla legge n. 71/2017.

Tali linee guida approfondiscono:

  • I profili delle modalità di segnalazione da parte dei minori di situazioni di comportamenti a rischio;
  • le misure di prevenzione e intervento previste dalle scuole, rivolte a studenti e genitori;
  • l’istituto dell’ammonimento.

Modalità di segnalazione di situazioni e/o comportamenti a rischio

Nel caso in cui un minore sia oggetto di atti di cyberbullismo, è prevista la richiesta di oscuramento, rimozione o blocco di qualsiasi dato personale del minore medesimo.

La richiesta è effettuata dal minore di quattordici anni o dal genitore o dall’esercente la responsabilità genitoriale e va inoltrata:

✓ al titolare del trattamento
✓ al gestore del sito internet
✓ al gestore del social media

Se i soggetti responsabili non comunicano di aver preso in carico la segnalazione entro 24 ore dal ricevimento della stessa, l’interessato può rivolgersi, mediante segnalazione o reclamo, al Garante per la protezione dei dati personali.

Il nuovo sistema di Governance

La legge ha introdotto un nuovo sistema di governance costituito dai seguenti attori:

  • Tavolo tecnico centrale (di prossima istituzione), di cui faranno parte
    istituzioni, associazioni, operatori di social networking e della rete internet;
  • Referenti delle istituzioni scolastiche;
  • Figure professionali, altri Enti e istituzioni deputati alla prevenzione e al contrasto del cyberbullismo (assistenti sociali, educatori, operatori della Giustizia minorile).

Le azioni delle scuole rivolte agli studenti e alle loro famiglie

Le scuole hanno il compito di promuovere l’educazione all’uso consapevole della rete internet e l’educazione ai diritti e ai doveri legati all’utilizzo delle tecnologie informatiche.

La succitata educazione è trasversale e può concretizzarsi tramite appositi progetti, aventi carattere di continuità tra i diversi gradi di istruzione ed elaborati singolarmente o in rete, in collaborazione con enti locali, servizi territoriali, organi di polizia, associazioni ed enti.

Nuovi strumenti introdotti dalla L. 71/2017: l’ammonimento

L’ammonimento è uno strumento di prevenzione, volto ad evitare il coinvolgimento del minore, sia quale autore del reato sia quale vittima, in procedimenti penali.

L’istanza di ammonimento nei confronti del minore
ultra-quattordicenne, autore di atti di cyberbullismo, va rivolta  al Questore.

Linee di orientamento

(Fonte orizzontescuola.it)

13 Set 2017

Soro, Garante della privacy: la legge sul cyberbullismo è stato un passo in avanti

Intervista ad Antonello Soro, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali
(Di Gigi Di Fiore, Il Mattino, 12 settembre 2017)

Da cinque anni presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, Antonello Soro ha visto aumentare nel tempo le richieste di intervento sulla Rete.

Presidente, in Rete aumentano le violazioni della privacy e i comportamenti sanzionabili?
“La società digitale è diventata ormai luogo di conflitto tra libertà e responsabilità”.

Un conflitto da conseguenze drammatiche, come dimostra l’ultima vicenda nel Napoletano?
“Già, questo episodio è un altro esempio di cattivo uso della Rete, per la scarsa consapevolezza dello strumento che si usa. Molti, soprattutto tra i più giovani ma non solo, presumono che la dimensione digitale sia virtuale, che in Rete si giochi lontano dalla vita reale”.

Video e frasi possono avere effetti psicologici devastanti.
“Sicuramente. Nel mondo virtuale cadono remore e vincoli psicologici. Si usa un linguaggio più violento, nell’illusione di vivere in un altro mondo fuori dalla realtà e che ci si possa proteggere dietro l’anonimato”.

I danni in Rete sono rimovibili?
“Bisognerebbe far capire che il danno digitale è permanente, non si cancella e può raggiungere ogni parte del mondo. Purtroppo, è una consapevolezza che manca in gran parte degli utenti della Rete. Si può far rimuovere un post da un sito, ma prima che ciò avvenga c’è già stato un effetto moltiplicatore con riproduzioni, condivisioni, diffusioni in altri siti e su altri strumenti digitali”.

Le norme penali sanzionano poco e male chi distrugge la reputazione altrui?
“I reati commessi on-line hanno lo stesso trattamento di quelli commessi off-line. L’interpretazione della fattispecie di volta in volta applicabile spetta al magistrato”.

Le sanzioni penali applicabili sono risibili e i reati sottovalutati?
“La Rete viaggia a velocità che le norme non riescono a sostenere. L’effetto moltiplicatore, legato alla tecnologia, non può essere seguito, nella sua velocità, da meccanismi penali che hanno i loro tempi”.

Bisogna arrendersi a uno strumento più forte di ogni possibile sanzione?
“Bisogna capire che spesso, nei casi di reati commessi on-line da minori in danno di altri minori, vittima e autore sono legati da una stessa fragilità e scarsa conoscenza dello strumento Rete. La legge sul cyberbullismo ha fatto i primi passi in avanti. È stato introdotto lo strumento dell’ammonimento, c’è una procedura specifica per ricorrere al Garante in tempi brevissimi”.

I gestori della Rete rispettano le vostre richieste?
“Negli ultimi tempi, aumenta la responsabilizzazione dei grandi gestori della Rete più disposti a collaborare. Il problema resta invece con i piccoli siti e i gestori non identificabili. Questo conferma che la Rete è un’enorme prateria”.

Come difendersi, allora?
“Sono sempre più convinto che la prima arma, per evitare conseguenze drammatiche come quelle vissute dalla povera Tiziana Cantone, sia una maggiore educazione all’uso della Rete. Dovrebbe essere una nuova forma di educazione civica, che famiglie e scuola dovrebbero insegnare”.

Instagram è oggi uno dei social più utilizzati dai giovani: le storie che si distruggono in due giorni sono una tutela maggiore?
“I gestori hanno inventato canali di permanenza a tempo, con intento positivo. Il rischio di essere al centro di offese però resta. In quel lasso di tempo, la violazione può ugualmente raggiungere milioni di persone. È per questo che bisogna investire sull’educazione all’uso responsabile della Rete, come pure prevede la legge sul cyberbullismo, sia pure in forme ancora da valorizzare”.

In che modo?
“Cominciando dalla prima elementare e in famiglia. Il gestore di una strada è responsabile della manutenzione dei semafori, ma la famiglia deve educare i figli su come attraversare la strada per evitare rischi. Così dovrebbe essere anche in Rete”.

 

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Cyberbullismo, il Garante Privacy pubblica il modello di segnalazione/reclamo

Progetto Cyberbullismo

28 Ago 2017

Il Garante Privacy ha pubblicato sul sito web una sintesi della Legge 71/2017 “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo” e il modulo per la denuncia di cyberbullismo.

La Legge 71/2017 prevede che in caso di offesa il minore che ha compiuto 14 anni, oppure chi esercita la responsabilità genitoriale, può inoltrare un’istanza al titolare del trattamento o al gestore del sito internet o del social network per la rimozione dei dati (foto, video, post sui social, ect). Il minore potrà chiedere l’oscuramento, la rimozione o il blocco di contenuti a loro riferiti e diffusi in rete. La richiesta dovrà essere presa in carico dal sito o dal social network nei tempi previsti dalla legge. In caso contrario, ci si potrà rivolgere al Garante per la protezione dei dati personali che dovrà provvedere alla segnalazione entro 48 ore.

Il modulo è disponibile sul sito del Garante Privacy Modello per la segnalazione reclamo in materia di cyberbullismo   e dovrà essere inviato all’indirizzo mail: cyberbullismo@gpdp.it

Che cosa si intende per «cyberbullismo»? Qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali realizzati, per via telematica, a danno di minori, nonché la diffusione di contenuti online riguardanti uno o più componenti della famiglia di un minore con lo scopo di isolarlo, attaccarlo o metterlo in ridicolo.

17 Mag 2017

Qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito dei dati personali in danno di minorenni, nonché la diffusione di contenuti online il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo“, ecco la prima definizione di cyberbullismo.

La Camera dei deputati, nella seduta del 17 maggio 2017, ha approvato in via definitiva e senza ulteriori modifiche  la proposta di legge, volta alla prevenzione e al contrasto del fenomeno del cyberbullismo, con 432 favorevoli e 1 solo astenuto.

Il provvedimento introduce per la prima volta nell’ordinamento legislativo la definizione stessa di cyberbullismo, dà la possibilità anche ai minori, dai 14 anni in su, di denunciare una violenza subita per via telematica (al di sotto di questa soglia, sarà necessario l’intervento dei genitori) e riserva fondi e un tavolo tecnico governativo alla lotta e prevenzione del fenomeno.

E’ prevista la designazione, in ogni istituto scolastico, di un docente con funzioni di referente per le iniziative contro il cyberbullismo che dovrà collaborare con le Forze di polizia, e con le associazioni e con i centri di aggregazione giovanile presenti sul territorio.

Viene applicata la disciplina sull‘ammonimento del questore, mutuata da quella dello stalking, anche al cyberbullismo: fino a quando non sia stata proposta querela o presentata denuncia per i reati di ingiuria, diffamazione, minaccia o trattamento illecito di dati personali commessi, mediante Internet, da minorenni ultraquattordicenni nei confronti di altro minorenne, il questore – assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti – potrà convocare il minore responsabile (insieme ad almeno un genitore o ad altra persona esercente la responsabilità genitoriale), ammonendolo oralmente ed invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge.

Il Presidente dell’Autorità Garante Privacy, Antonello Soro ha dichiarato: “L’approvazione definitiva del ddl sul cyberbullismo è un risultato importante e atteso da tempo. Particolarmente positiva è la scelta di coniugare approccio preventivo e riparatorio, grazie alla promozione dell’educazione digitale e alla specifica procedura di rimozione dei contenuti lesivi della dignità del minore.

L’Autorità si impegnerà a svolgere – con la responsabilità che a tale alto compito si addice – l’importante funzione di garanzia assegnatale dalla legge anche in questo contesto. E’ infatti fondamentale garantire la tutela di una generazione tanto più iperconnessa quanto più fragile, se non adeguatamente responsabilizzata rispetto all’uso della rete.

Confidiamo che ai nuovi compiti corrispondano nuove indispensabili risorse umane“.

23 Apr 2017

«Il diritto alla privacy, ma meglio ancora alla protezione dei dati, è un diritto collettivo, alla cui costruzione tutti quanti dobbiamo contribuire». Augusta Iannini, vice presidente dell’Autorità garante per la privacy, lancia un messaggio chiaro alla vigilia dell’incontro organizzato dalla Questura di Brescia nell’Aula Magna del Dipartimento di Medicina dell’Università degli Studi di Brescia sull’uso consapevole del Web. Anticipando a Bresciaoggi i temi che affronterà nel suo intervento, Iannini sottolinea che la maggior lacuna in tema di privacy è «il non aver compreso che proteggere i propri dati personali non è solo un diritto, ma un compito essenziale che non possiamo eludere  in un’epoca nella quale i dati sono il bene primario, il nuovo vero motore dell’economia, un fondamentale patrimonio per gli Stati».

I giovani sono coloro che si muovono con maggior disinvoltura nel mondo digitale. La confidenza che hanno con internet e i social network è proporzionale alla consapevolezza dei rischi che corrono divulgando fotografie e dati?

«I giovani vivono in costante simbiosi con smartphone e dispositivi mobili. Ma la conoscenza di questi strumenti si ferma all’aspetto  di più immediato utilizzo e soddisfacimento di bisogni. Non sono in grado di rappresentarsi i rischi che possono derivare da un uso disinvolto  delle nuove forme di comunicazione. Una foto che oggi può apparire divertente in un futuro potrebbe creare problemi al momento di cercare un posto di lavoro».

Solitamente si dividono gli utenti tra nativi digitali e immigrati digitali. Ritiene che questi ultimi, che hanno imparato a usare la tecnologia in età adulta, siano più a rischio rispetto ai giovani o maggiormente consapevoli su ciò che va o meno condiviso? Penso ad esempio a molti genitori che pubblicano foto dei figli minorenni…

«L’esperienza del Garante per la privacy dimostra che i genitori sono in larga parte ben poco consapevoli dei rischi di un uso poco attento se non spregiudicato della rete, in particolare dei social media. Un recentissimo intervento dell’Autorità ha riguardato una madre che ha pubblicato su Facebook con alcuni “amici” due sentenze che riportavano non solo il nome della figlia, ma dettagli riguardo al vissuto familiare e a disagi personali della piccola. Il Garante ha fatto rimuovere il post. In altri casi, padri e madri spesso non si rendono conto dei rischi a cui espongono i figli postando le loro foto, magari al mare, o rivelando particolari apparentemente neutri».

In Italia si può affermare ci sia una cultura della privacy solida e diffusa? O ritiene vada costruita?

«Il cammino è a mio avviso ancora lungo. Alcune  ricerche ci spiegano che gli italiani sono realmente preoccupate per la loro privacy, soprattutto di quella online, ma poi non agiscono di conseguenza mettendo in atto comportamenti  a loro tutela e stando attenti a non cedere troppo facilmente i loro dati personali. In genere si preoccupano solo dopo che hanno subito delle violazioni. Delle violazioni che interessano gli altri non si preoccupano. Il che vuol dire che non c’è ancora una cultura della privacy».

Qual è il ruolo del Garante per la protezione dei dati personali nei tempi che stiamo vivendo e cosa può fare, o sta facendo, per sensibilizzare i cittadini?

«Il Garante opera in tanti modi: fissa le regole per un uso corretto dei dati, verifica che le norme del Codice Privacy vengano rispettate, applica sanzioni in caso di violazione, fornisce pareri su alcuni provvedimenti  normativi. Ma svolge da sempre anche una costante azione di sensibilizzazione e di “formazione” dei cittadini attraverso campagne di comunicazione istituzionale e la realizzazione di prodotti divulgativi anche multimediali sui diversi temi di interesse per le persone: dal cloud computing ai social network, dall’uso delle app agli smartphone, dalla sanità alla scuola, dal recupero crediti alla vita condominiale. Un particolare  impegno viene da sempre rivolto dal Garante ai giovani: l’Autorità ha organizzato e continua ad organizzare eventi con le scuole, dedicati in particolare ad un fenomeno grave come il cyberbullismo, e partecipa sempre molto volentieri ad incontri con gli studenti».

Ogni giorno ci muoviamo nel mondo digitale, tra App e social network. Ma il web è davvero così gratuito come sembra?

«Ormai è  chiaro che i social network hanno perso la loro nativa vocazione comunitaria e sono diventate delle imprese che fanno business. Così come è chiaro che la nostra navigazione online rimane tracciata e viene elaborata. Le opinioni che esprimiamo sul nostro profilo social, le abitudini, gli stili di vita, i gusti che riveliamo ogni volta che usiamo un motore di ricerca sono tutte informazioni preziose per costruire i nostri profili di consumatori, di lettori, di spettatori,  perfino elettori. Ogni volta che cediamo dati paghiamo con una parte di noi stessi».

Cyberbullismo e sexting, cosa potrà arginare questi fenomeni che riguardano un numero preoccupante di minorenni?

«La consapevolezza che, una volta online, un post  o un video diventano incontrollabili e possono rimanere per sempre in rete, causando danni irreparabili innanzitutto alla persona offesa, ma anche a chi si è reso colpevole di quel gesto. Le giovani generazioni devono preoccuparsi di quale sarà un giorno la loro reputazione online. Lo stesso discorso vale per il sexting: esporsi in foto hard, scambiare  e condividere un video hot è un gioco pericolosissimo che può avere esiti tragici. Una cosa mi sento di dover ricordare ai ragazzi: l’anonimato in rete non esiste. Se pensano che un nickname possa proteggerli dalle conseguenze di atti irresponsabili sbagliano di grosso».

Paola Buizza Brescia Oggi 20/04/2017
http://www.bresciaoggi.it/territori/citt%C3%A0/un-nickname-non-protegge-dalle-azioni-1.5642513