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24 Mar 2019

Tik Tok è la nuova app che sta conquistando i giovani.  Nel 2018, TikTok è stata una delle app più scaricate nel mondo. 800 milioni di iscritti, sparsi in 150 nazioni, il 41% dei quali con un’età compresa tra 16 e 24 anni. In Italia – secondo DataMediaHub – è stata scaricata oltre 7 milioni di volte. Gli utenti attivi nel nostro Paese sono 2 milioni e 400 mila. Di questi il 65% sono donne mentre il 35% uomini. In totale, gli utenti aprono l’app in media 6 volte al giorno e per un totale di 34 minuti. Ogni mese, la media di visualizzazioni dei contenuti video presenti su TikTok è di circa 3 miliardi.

Non più muser ma tiktoker

TikTok è conosciuta anche con il nome cinese Douyin in Cina, è un social network cinese lanciato nel settembre 2016 da Zhang Yiming. Il successo della piattaforma per video cinese è dovuto anche all’inglobazione che TikTok ha fatto di Musical.ly.

L’applicazione consente agli utenti di guardare clip musicali, creare brevi clip, della durata che va da un minimo di 15 secondi fino a un massimo di 60 secondi, ai quali si possono aggiungere effetti particolari e diverse animazioni.  Gli utenti per creare i propri video musicali, scelgono la loro canzone preferita da un elenco, e possono registrare un video mentre si è intenti a ballare, cantare o recitare. “Un’esperienza personalizzata appositamente per te basata sui contenuti che guardi, ti piacciono e condi

 

vidi!” La lista musicale di Tik Tok contiene, una vasta gamma di generi musicali (hip-hop, elettronica, rock, dance) e questo garantisce una scelta maggiore. L’app trova e suggerisce all’utente le clip più rilevanti ed interessanti in base alle abitudini dell’utente, di ricerca e alle interazioni con video e creator simili, con video scelti appositamente.

Alcune di queste funzioni erano presenti già in Musical.ly, le novità di Tik Tok sono: i filtri di movimento, l’effetto “specchio deformante” della fotocamera, i filtri Vr-Type che possono essere

sbloccati con il semplice battito delle palpebre e gli effetti Chroma Key e Greenscreen che possono essere usati per creare dei bellissimi sfondi.  Le clip, oltre alla registrazione live, possono essere salvate e poi caricate da quelle salvate nella gallery del profilo. Al momento l’app è disponibile per iOS e Android.

Nelle linee guida possiamo leggere che la missione di Tik Tok è diffondere nel mondo creatività, conoscenza e momenti importanti nella vita quotidiana.

Da notare che, oltre al nome TikTok viene riportata la dicitura “include Musical.ly”, per sottolineare che le due piattaforme sono collegate.

Questione di privacy

Come quasi tutti i social, anche per TikTok bisogna avere almeno 13 anni, “DO NOT use the app if you are under 13”. Sappiamo però che questo limite può essere superato dai ragazzi inserendo una data di nascita falsa. Molti bambini, ad esempio, inseriscono l’età dei genitori.

L’app permette di avere un account pubblico, in questo modo tutti possono vedere ciò che condividono gli utenti e ottenere “Mi Piace”. Il rischio? Che i ragazzi possano essere contattati direttamente sull’app.

Se nella sezione privacy, l’utente sceglie la possibilità di creare un profilo privato, tutti i video possano essere visti solo da chi li ha creati e dai follower accettati. Con un account privato, infatti, si possono approvare o rifiutare le richieste degli utenti e limitare i messaggi in arrivo dei follower.

Il consenso privacy e la sanzione dalla FTC

La Federal Trade Commission ha multato l’applicazione TikTok con una sanzione record da 5,7 milioni di dollari per avere raccolto i dati dei minori di 13 anni senza il consenso dei genitori. E’ la più alta sanzione civile mai comminata dall’ente statunitense che regolamenta il mercato per un caso che riguarda la privacy dei bambini.

Il Children’s Online Privacy Protection Act (COPPA), parla chiaro: per gli utenti che abbiano un’età inferiore ai 13 anni è necessaria la richiesta di consenso ai genitori per il trattamento dei dati.

TikTok era a conoscenza del fatto che molti ragazzini stessero usando l’app per i video di breve durata – d’altronde, il target di riferimento, è proprio il mondo teen – ma non hanno cercato l’autorizzazione parentale prima di raccogliere nomi, indirizzi e-mail e altre informazioni personali. “Questa pena da record dovrebbe essere un promemoria per tutti i servizi online e i siti Web destinati ai bambini – ha detto il presidente della Ftc, Joe Simons – prendiamo molto sul serio l’applicazione del COPPA e non ci sarà tolleranza per le società che ignorano in modo la legge”. Sempre dalla comunicazione dell’agenzia che tutela i consumatori statunitensi si legge che, per la registrazione, venivano richiesti il numero di telefono, nome e cognome, l’immagine di profilo e una breve descrizione.

Gli account degli iscritti erano pubblici di default, il che significava che il profilo di un bambino poteva essere visto da sconosciuti. Se è vero che il sito consentiva agli utenti di modificare le impostazioni predefinite in modo che solo gli autorizzati potessero vederle, rimanevano pubbliche le immagini di profilo e le biografie. Infatti, ci furono segnalazioni in merito ad adulti che cercavano di contattare i bambini tramite l’app Musical.ly che, fino a ottobre del 2016, dava la possibilità di visualizzare vicini alla propria posizione.

Negli Stati Uniti, la legge impone che il minore di 13 anni deve ottenere il consenso dei genitori e presentarlo alla piattaforma se vuole iscriversi ai social.

In Europa, il Regolamento Europeo 2016/679 per la protezione dei dati, stabilisce all’art. 8 che, il “trattamento di dati personali del minore è lecito ove il minore abbia almeno 16 anni”. Gli Stati membri possono stabilire per legge un’età inferiore a tali fini purché non inferiore ai 13 anni.

In Italia, il D.lgs 101/2018 con il quale l’ordinamento italiano si è allineato al GDPR (settembre 2018) ha stabilito che “il minore che ha compiuto i quattordici anni può esprimere il consenso al trattamento dei propri dati personali in relazione all’offerta diretta di servizi della società dell’informazione”. Al di sotto dei 14 anni, il consenso viene autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale.

Rispetto al passato è stato fatto qualcosa, certamente bisognerà verificare come questo obbligo verrà controllato.

30 Nov 2017

Se un indirizzo email è presente su un social network non significa che possa essere utilizzato liberamente per qualsiasi scopo. Per inviare proposte commerciali, ad esempio, è sempre necessario il consenso dei destinatari. Per questi motivi il Garante per la privacy ha vietato a una società l’ulteriore trattamento di indirizzi email senza consenso per attività di marketing [doc. web n. 7221917].

L’intervento del Garante ha preso l’avvio dalla segnalazione di una società di consulenza finanziaria che lamentava l’invio di numerose email promozionali indirizzate alle caselle di posta elettronica di alcuni suoi promotori senza che questi ne avessero autorizzato la ricezione.

Dagli accertamenti, svolti presso la società dall’Autorità in collaborazione con il  Nucleo Speciale Privacy della GdF, è emerso che la raccolta degli indirizzi di posta elettronica avveniva, oltre che con altre modalità, anche attraverso l’instaurazione di rapporti su Linkedin e Facebook o “pescando” contatti sui social. La società solo negli ultimi due anni ha inviato circa 100.000 email pubblicitarie.

Il Garante, anche sulla base delle Linee guida del 4 luglio 2013  che hanno disciplinato peraltro proprio il fenomeno del “social spam“, ha quindi ritenuto illecito il trattamento degli indirizzi di posta elettronica.

(Fonte Garante Privacy)

21 Nov 2017

Sui social network le foto dei bimbi si sprecano, ma d’ora in avanti nessuno scatto che coinvolga un minore potrà più comparire sulle bacheche virtuali senza il consenso di entrambi i genitori.

Lo ha stabilito il tribunale di Mantova, con una sentenza destinata a fare scuola. Se uno dei due genitori non è d’accordo sulla pubblicazione può rivolgersi al giudice. Per bloccarla ed eventualmente per chiedere la rimozione di quanto già condiviso.

«Il contesto in cui viene ritratto il minore non è una giustificazione perché con le nuove tecnologie il minore può essere estrapolato, l’attenzione bisogna porla sempre».

Così Patrizia Meo, consulente privacy e spesso a fianco del poliziotto-scrittore Domenico Geracitano nella formazione degli adolescenti e delle loro famiglie ad un corretto utilizzo dei social network, fa chiarezza sul tema della pubblicazione in rete delle immagini di minori. Difficile fare distinzioni, spiega, nel grande mare del web.

«Perché si condivide un like e un’immagine e si perde il controllo, quell’immagine può essere rtitoccata e facilmente reinserita in rete, quindi è questo l’obiettivo della sentenza, tutelare il minore nella sua dignità».

8 nov 2017,  https://www.giornaledibrescia.it/brescia-e-hinterland/social-e-minori-bisogna-tutelare-la-dignit%C3%A0-dei-bambini-1.3218307

Teletutto 8 novembre

6 Nov 2017
Inserimento di foto di figli minori sui social network nonostante l’opposizione di un genitore
Tribunale di Mantova, 19 settembre 2017.
Stante il dissenso manifestato da uno dei genitori, l’altro non può inserire foto della figlia nei social network e, conseguentemente, gli va ordinato di rimuovere immediatamente quelle da egli già inserite.
Fa discutere la sentenza del Tribunale di Mantova dopo il ricorso presentato dal papà di due bambini (di tre anni e mezzo la bimba, un anno e mezzo il più piccolo) che chiedeva al giudice di rivedere le “condizioni regolanti i rapporti genitori/figli alla stregua di supposti gravi comportamenti diseducativi posti in essere dalla madre“. Nello scorso aprile il Tribunale aveva deciso per l‘affido condiviso e la residenza dei bambini con la mamma: il giudice ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per rivedere tali accordi, non risultando provata “una grave inadeguatezza educativa” della donna, ma ha rilevato che, nonostante nell’accordo fosse stato stabilito l’obbligo di non postare le foto dei bimbi sui social e la donna si fosse impegnata a rimuovere quelle già diffuse, in realtà numerose immagini erano state pubblicate ancora successivamente.
L’inserimento di foto dei figli minori sui social network avvenuto con l’opposizione di uno dei genitori integra violazione della norma di cui all’art. 10 c.c. (concernente la tutela dell’immagine), del combinato disposto degli artt. 4,7,8 e 145 del d. lgs. 30 giugno 2003 n. 196 (riguardanti la tutela della riservatezza dei dati personali) nonché degli artt. 1 e 16 I co. della Convenzione di New York del 20-11-1989 ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 1991 n. 176, sicché va vietata la pubblicazione di tali immagini e disposta la rimozione di quelle già inserite.
Il giudice cita anche la normativa di tutela dei minori contenuta nel Regolamento Ue 2016/679 che entrerà in vigore il 25 maggio 2018, secondo cui “la immagine fotografica dei figli costituisce dato personale” e “a sua diffusione costituisce “una interferenza nella vita privata“.
Nel caso in esame il Tribunale di Mantova ha adottato un provvedimento con cui il Giudice ha stabilito che non si possono pubblicare foto dei propri figli su Facebook senza il consenso dell’altro genitore.
Inoltre, ordina al genitore di non inserire le foto dei figli sui social network, di provvedere, immediatamente, alla rimozione di tutte quelle da essa inserite nonché di attenersi alle condizioni concordate.
L’inserimento di foto di minori sui social network costituisce comportamento potenzialmente pregiudizievole per essi in quanto ciò determina la diffusione delle immagini fra un numero indeterminato di persone, conosciute e non, le quali possono essere malintenzionate e avvicinarsi ai bambini dopo averli visti più volte in foto on-line, non potendo inoltre andare sottaciuto l’ulteriore pericolo costituito dalla condotta di soggetti che “taggano” le foto on-line dei minori e, con procedimenti di fotomontaggio, ne traggono materiale pedopornografico da far circolare fra gli interessati, come ripetutamente evidenziato dagli organi di polizia.
http://www.ilcaso.it/dirittofamigliaminori.php
13 Lug 2017

Il Garante della Privacy pubblica una guida con Informazioni utili su selfie e foto, protezione di smartphone e tablet, acquisti on line, uso di app, chat e social network quando si è in vacanza.

  1. Prima regola Non scottarsi! Non tutti vogliono apparire on line, essere riconosciuti o far sapere dove e con chi si trovano durante le ferie estive. Soprattutto se le immagini possono risultare in qualche modo imbarazzanti. Se si postano foto o video in cui compaiono altre persone, è sempre meglio accertarsi prima che queste siano d’accordo, specie se si inseriscono anche dei tag con nomi e cognomi. E’ bene porre particolare attenzione alle foto di minori, per garantire anche il loro diritto alla riservatezza e proteggerli dall’eccessiva esposizione: le immagini pubblicate on line possono infatti finire anche nelle mani di malintenzionati.

2. Geolocalizzati? No, grazie. Per gli amanti della riservatezza che non vogliono far sapere dove sono durante le vacanze estive, il suggerimento è disattivare le opzioni di geolocalizzazione di smartphone e tablet, oltre a quelle dei social network utilizzati.

3. I “social-ladri” non vanno mai in vacanza. Postando sui social network informazioni sulle vacanze si potrebbe far sapere ad eventuali malintenzionati che la propria casa è vuota. Il pericolo aumenta se poi  si scrive per quanto tempo si resterà in ferie o in quali giorni. Il suggerimento è innanzitutto quello di evitare di postare sul web informazioni troppo personali, come ad esempio l’indirizzo di casa o le foto del proprio appartamento.

4. Non dimenticare di mettere la privacy in valigia. E’ bene controllare le impostazioni privacy dei social network utilizzati, limitando la visibilità e la condivisione dei post ai soli amici. Altra buona regola è fare attenzione a non accettare sconosciuti nella cerchia di amicizie on line. In generale, se disponibili, è bene attivare particolari misure di sicurezza come, ad esempio, il controllo degli accessi al proprio profilo social o un codice di sicurezza da ricevere via sms o e-mail nel caso si acceda ai social network da device diversi da quelli abituali. In questo modo è possibile accorgersi in tempo di eventuali accessi abusivi alle proprie pagine social personali e di furti di identità. Durante un viaggio può capitare di utilizzare il pc di un Internet café o una postazione web messa a disposizione dall’albergo per controllare l’e-mail personale o i propri profili social. E’ importante in questi casi ricordare – una volta terminata la consultazione – di fare sempre il logoff dagli account ed evitare di salvare le proprie credenziali nei browser di navigazione.

5. Attenzione ai “pacchi”. E’ bene fare attenzione a eventuali messaggi che contengono offerte straordinarie riguardo viaggi e affitti di case per le vacanze da ottenere,  ad esempio, cliccando su link che richiedono dati personali o bancari. Virus informatici, software spia, ramsonware e phishing possono essere in agguato.

6. App-prova di estate. In vacanza molti utenti di smartphone e tablet scaricano app per giochi, suggerimenti turistici, ecc.. Questi prodotti possono anche nascondere virus o malware (cioè,  software pericolosi). Per proteggersi, buone regole sono: scaricare le app dai market ufficiali; leggere con attenzione le descrizioni delle app (se, ad esempio, nei testi sono presenti errori e imprecisioni, c’è da sospettare);  consultare eventuali recensioni degli altri utenti per verificare se sono segnalati problemi di sicurezza dei dati nell’uso di una determinata app; evitare che i minori possano scaricare app da soli.

7. Per chi non può proprio vivere senza wi-fi. Le connessioni offerte da bar, ristoranti, stabilimenti balneari e hotel potrebbero non essere sufficientemente protette e mettere pc, smartphone e tablet a rischio di intrusioni esterne da parte di malintenzionati a caccia di dati personali. Inoltre, connessioni “infettate” potrebbero veicolare virus e malware, esponendo i dispositivi collegati a diversi rischi, dal phishing al furto di identità. In ogni caso, quando non si è certi del livello di sicurezza della connessione wi-fi, meglio evitare di usare servizi che richiedono credenziali di accesso (ad esempio, alla propria webmail, ai social network, ecc.), fare acquisti on line con la carta di credito o utilizzare il conto on line. Una buona precauzione è disabilitare la funzione di accesso automatico dello smartphone e del pc alle reti wi-fi per poter eventualmente verificare – prima di usarle – se le reti disponibili offrono adeguati standard di sicurezza.

8. Scegliere una protezione alta per non rimanere “scottati”.  Aggiornamenti software costanti e programmi antivirus, magari dotati anche di anti-spyware e anti-spam, possono essere buone precauzioni per evitare furti di dati o violazioni della privacy. E’ bene mantenere aggiornati anche i sistemi operativi di tutti i dispositivi utilizzati per garantirsi una maggiore protezione.

9. Smartphone e tablet pronti a “partire”. Durante le vacanze, può accadere che smartphone e tablet siano smarriti o vengano rubati: è quindi bene seguire alcune accortezze. In generale, è opportuno non conservare dati troppo personali sui device (ad esempio, password o codici bancari) e prendere altre piccole precauzioni, come quella di evitare che i browser e le app memorizzino le credenziali di accesso a siti e servizi (ad esempio, posta elettronica, social network, e-banking). Per proteggere i dati contenuti nei dispositivi, conviene impostare un codice di accesso sicuro e conservare con cura il codice IMEI, che si trova sulla scatola al momento dell’acquisto e che serve a bloccare il dispositivo a distanza. Prima di partire potrebbe inoltre essere utile fare un backup di tutte le informazioni (numeri di telefoni, foto, ecc.) su “chiavette” o hard disk esterni, oppure trasferirle sul cloud. Ovviamente, in quest’ultimo caso, è bene informarsi sulle condizioni contrattuali e sulle garanzie privacy del servizio.

10. Per navigare tranquilli nel mare dei messaggi. Nel periodo estivo si utilizzano molto sms, chat e sistemi di messaggistica. Alcuni messaggi potrebbero però contenere virus, malware o esporre al rischio di spam. E’ quindi sempre bene fare molta attenzione prima di scaricare programmi, aprire eventuali allegati o cliccare su link che possono essere contenuti nel testo o nelle immagini presenti all’interno dei messaggi ricevuti. Si possono poi adottare semplici precauzioni: ad esempio, non rispondere a messaggi provenienti da sconosciuti. Se si usa un pc, si può passare il mouse su un link senza cliccarlo e verificare – in basso a sinistra nel browser – la URL reale al quale si è indirizzati.

Non lasciare a casa il buon senso.  La miglior difesa anche nel periodo delle vacanze è usare con consapevolezza e attenzione le nuove tecnologie e gestire con accortezza i nostri dati personali, ricordando semplici regole che tutti possono mettere in campo.

17 Mag 2017

Qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito dei dati personali in danno di minorenni, nonché la diffusione di contenuti online il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo“, ecco la prima definizione di cyberbullismo.

La Camera dei deputati, nella seduta del 17 maggio 2017, ha approvato in via definitiva e senza ulteriori modifiche  la proposta di legge, volta alla prevenzione e al contrasto del fenomeno del cyberbullismo, con 432 favorevoli e 1 solo astenuto.

Il provvedimento introduce per la prima volta nell’ordinamento legislativo la definizione stessa di cyberbullismo, dà la possibilità anche ai minori, dai 14 anni in su, di denunciare una violenza subita per via telematica (al di sotto di questa soglia, sarà necessario l’intervento dei genitori) e riserva fondi e un tavolo tecnico governativo alla lotta e prevenzione del fenomeno.

E’ prevista la designazione, in ogni istituto scolastico, di un docente con funzioni di referente per le iniziative contro il cyberbullismo che dovrà collaborare con le Forze di polizia, e con le associazioni e con i centri di aggregazione giovanile presenti sul territorio.

Viene applicata la disciplina sull‘ammonimento del questore, mutuata da quella dello stalking, anche al cyberbullismo: fino a quando non sia stata proposta querela o presentata denuncia per i reati di ingiuria, diffamazione, minaccia o trattamento illecito di dati personali commessi, mediante Internet, da minorenni ultraquattordicenni nei confronti di altro minorenne, il questore – assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti – potrà convocare il minore responsabile (insieme ad almeno un genitore o ad altra persona esercente la responsabilità genitoriale), ammonendolo oralmente ed invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge.

Il Presidente dell’Autorità Garante Privacy, Antonello Soro ha dichiarato: “L’approvazione definitiva del ddl sul cyberbullismo è un risultato importante e atteso da tempo. Particolarmente positiva è la scelta di coniugare approccio preventivo e riparatorio, grazie alla promozione dell’educazione digitale e alla specifica procedura di rimozione dei contenuti lesivi della dignità del minore.

L’Autorità si impegnerà a svolgere – con la responsabilità che a tale alto compito si addice – l’importante funzione di garanzia assegnatale dalla legge anche in questo contesto. E’ infatti fondamentale garantire la tutela di una generazione tanto più iperconnessa quanto più fragile, se non adeguatamente responsabilizzata rispetto all’uso della rete.

Confidiamo che ai nuovi compiti corrispondano nuove indispensabili risorse umane“.

23 Apr 2017

«Il diritto alla privacy, ma meglio ancora alla protezione dei dati, è un diritto collettivo, alla cui costruzione tutti quanti dobbiamo contribuire». Augusta Iannini, vice presidente dell’Autorità garante per la privacy, lancia un messaggio chiaro alla vigilia dell’incontro organizzato dalla Questura di Brescia nell’Aula Magna del Dipartimento di Medicina dell’Università degli Studi di Brescia sull’uso consapevole del Web. Anticipando a Bresciaoggi i temi che affronterà nel suo intervento, Iannini sottolinea che la maggior lacuna in tema di privacy è «il non aver compreso che proteggere i propri dati personali non è solo un diritto, ma un compito essenziale che non possiamo eludere  in un’epoca nella quale i dati sono il bene primario, il nuovo vero motore dell’economia, un fondamentale patrimonio per gli Stati».

I giovani sono coloro che si muovono con maggior disinvoltura nel mondo digitale. La confidenza che hanno con internet e i social network è proporzionale alla consapevolezza dei rischi che corrono divulgando fotografie e dati?

«I giovani vivono in costante simbiosi con smartphone e dispositivi mobili. Ma la conoscenza di questi strumenti si ferma all’aspetto  di più immediato utilizzo e soddisfacimento di bisogni. Non sono in grado di rappresentarsi i rischi che possono derivare da un uso disinvolto  delle nuove forme di comunicazione. Una foto che oggi può apparire divertente in un futuro potrebbe creare problemi al momento di cercare un posto di lavoro».

Solitamente si dividono gli utenti tra nativi digitali e immigrati digitali. Ritiene che questi ultimi, che hanno imparato a usare la tecnologia in età adulta, siano più a rischio rispetto ai giovani o maggiormente consapevoli su ciò che va o meno condiviso? Penso ad esempio a molti genitori che pubblicano foto dei figli minorenni…

«L’esperienza del Garante per la privacy dimostra che i genitori sono in larga parte ben poco consapevoli dei rischi di un uso poco attento se non spregiudicato della rete, in particolare dei social media. Un recentissimo intervento dell’Autorità ha riguardato una madre che ha pubblicato su Facebook con alcuni “amici” due sentenze che riportavano non solo il nome della figlia, ma dettagli riguardo al vissuto familiare e a disagi personali della piccola. Il Garante ha fatto rimuovere il post. In altri casi, padri e madri spesso non si rendono conto dei rischi a cui espongono i figli postando le loro foto, magari al mare, o rivelando particolari apparentemente neutri».

In Italia si può affermare ci sia una cultura della privacy solida e diffusa? O ritiene vada costruita?

«Il cammino è a mio avviso ancora lungo. Alcune  ricerche ci spiegano che gli italiani sono realmente preoccupate per la loro privacy, soprattutto di quella online, ma poi non agiscono di conseguenza mettendo in atto comportamenti  a loro tutela e stando attenti a non cedere troppo facilmente i loro dati personali. In genere si preoccupano solo dopo che hanno subito delle violazioni. Delle violazioni che interessano gli altri non si preoccupano. Il che vuol dire che non c’è ancora una cultura della privacy».

Qual è il ruolo del Garante per la protezione dei dati personali nei tempi che stiamo vivendo e cosa può fare, o sta facendo, per sensibilizzare i cittadini?

«Il Garante opera in tanti modi: fissa le regole per un uso corretto dei dati, verifica che le norme del Codice Privacy vengano rispettate, applica sanzioni in caso di violazione, fornisce pareri su alcuni provvedimenti  normativi. Ma svolge da sempre anche una costante azione di sensibilizzazione e di “formazione” dei cittadini attraverso campagne di comunicazione istituzionale e la realizzazione di prodotti divulgativi anche multimediali sui diversi temi di interesse per le persone: dal cloud computing ai social network, dall’uso delle app agli smartphone, dalla sanità alla scuola, dal recupero crediti alla vita condominiale. Un particolare  impegno viene da sempre rivolto dal Garante ai giovani: l’Autorità ha organizzato e continua ad organizzare eventi con le scuole, dedicati in particolare ad un fenomeno grave come il cyberbullismo, e partecipa sempre molto volentieri ad incontri con gli studenti».

Ogni giorno ci muoviamo nel mondo digitale, tra App e social network. Ma il web è davvero così gratuito come sembra?

«Ormai è  chiaro che i social network hanno perso la loro nativa vocazione comunitaria e sono diventate delle imprese che fanno business. Così come è chiaro che la nostra navigazione online rimane tracciata e viene elaborata. Le opinioni che esprimiamo sul nostro profilo social, le abitudini, gli stili di vita, i gusti che riveliamo ogni volta che usiamo un motore di ricerca sono tutte informazioni preziose per costruire i nostri profili di consumatori, di lettori, di spettatori,  perfino elettori. Ogni volta che cediamo dati paghiamo con una parte di noi stessi».

Cyberbullismo e sexting, cosa potrà arginare questi fenomeni che riguardano un numero preoccupante di minorenni?

«La consapevolezza che, una volta online, un post  o un video diventano incontrollabili e possono rimanere per sempre in rete, causando danni irreparabili innanzitutto alla persona offesa, ma anche a chi si è reso colpevole di quel gesto. Le giovani generazioni devono preoccuparsi di quale sarà un giorno la loro reputazione online. Lo stesso discorso vale per il sexting: esporsi in foto hard, scambiare  e condividere un video hot è un gioco pericolosissimo che può avere esiti tragici. Una cosa mi sento di dover ricordare ai ragazzi: l’anonimato in rete non esiste. Se pensano che un nickname possa proteggerli dalle conseguenze di atti irresponsabili sbagliano di grosso».

Paola Buizza Brescia Oggi 20/04/2017
http://www.bresciaoggi.it/territori/citt%C3%A0/un-nickname-non-protegge-dalle-azioni-1.5642513
29 Mar 2017

Sei tu a controllare chi può vedere i contenuti che condividi” su Facebook. Sono le informazioni di base pubblicate nella policy di Facebook. Quando si posta si può decidere a chi sarà visibile, ma un post su Facebook rischia di non essere riservato ai soli “amici”, anche se il profilo è “chiuso”.

Il principio è stato affermato dal Garante privacy in un recente provvedimento [doc. web n. 6163649] con il quale ha ordinato a una donna la rimozione dalla propria pagina Facebook di due sentenze, sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio, in cui erano riportati delicati aspetti di vita familiare che riguardavano anche la figlia minorenne.

L’Autorità – intervenuta  su segnalazione dell’ex marito che lamentava una violazione del diritto alla riservatezza della figlia – ha ritenuto che la divulgazione dei provvedimenti giurisdizionali in questione fosse incompatibile con quanto stabilito dal Codice privacy. Il Codice vieta infatti la pubblicazione “con qualsiasi mezzo” di notizie che consentano l’identificazione di un minore coinvolto in procedimenti giudiziari, nonché la diffusione di informazioni che possano rendere identificabili, anche indirettamente, i minori coinvolti e le parti in procedimenti in materia di famiglia. Secondo il Garante, poi, l’estrema pervasività della divulgazione su Internet aggrava notevolmente la violazione di diritti della persona, in questo caso per giunta minore di età. Non può essere provata infatti, sempre secondo il Garante, la persistente natura chiusa del profilo e la sua accessibilità a un gruppo ristretto di “amici”, perché il profilo è facilmente modificabile, da “chiuso” ad “aperto”, in ogni momento da parte dell’utente. Vi è, inoltre, la possibilità che un “amico” condivida il post con le sentenze sulla propria pagina, rendendolo visibile ad altri iscritti, determinando così una possibile conoscibilità “dinamica“, più o meno ampia, del contenuto che può estendersi potenzialmente a tutti gli iscritti a Facebook.

l’estrema diffusività della divulgazione su internet aggrava notevolmente, rispetto a qualsiasi altro mezzo, la violazione dei diritti dell’interessato (in questo caso peraltro minore), anche perché le eventuali “regole” di privacy possono non essere applicate correttamente dall’utente o aggirate da navigatori esperti;

Nel disporre la rimozione, l’Autorità ha sottolineato infine, che le sentenze consentono di rendere identificabile la bambina nella cerchia di persone che condividono le informazioni “postate” dalla madre sul proprio profilo e contengono dettagli molto delicati, anche inerenti alla sfera sessuale, al vissuto familiare e a disagi personali della piccola.

(Fonte Garante Privacy)

8 Mar 2017

Cosa guardano i bambini mentre navigano su internet da soli? Informazioni, giochi e video divertenti, purtroppo, non sono gli unici contenuti presenti sul web.

Per caso o per curiosità, i piccoli possono imbattersi in immagini e contenuti inappropriati o anche entrare in contatto con estranei. Quando sei a casa ma non puoi essere al loro fianco, Routerhino controlla questi contenuti. Come un saggio e invisibile guardiano vigila su di loro, bloccando l’accesso ai siti per adulti, social network e chat. Per proteggerli completamente, filtra anche i risultati dei motori di ricerca (Google e Bing) e i video (Youtube), rendendoli sicuri.

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7 Feb 2017

Difendere la nostra dignità, informandoci e imparando a conoscere gli effetti che i nostri comportamenti sulla Rete possono produrre.

Il Presidente Antonello Soro, Garante della Privacy, fa un bilancio della legge sulla privacy dopo 20 anni, in un’intervista rilasciata a Prima.

“I dati personali sono il petrolio del futuro, anzi, del presente. E oggi esistono cinque, sei grandi gestori di questi dati, usati quotidianamente per condizionare le scelte dei mercati e della politica almeno in quattro continenti su cinque. Dati che vengono ogni istante aggiornati, diffusi e condivisi da miliardi di uomini e donne per lo più ancora convinti che quell’attività di diffusione sia privata, limitata alla cerchia di amici e conoscenti di una chat su WhatsApp o di un gruppo Facebook. Dati che vengono registrati, classificati e archiviati, finendo talvolta nelle trappole degli attacchi informatici, magari della criminalità organizzata che ricatta i governi, le grandi aziende, l’economia in tutte le sue espressioni. O compie atti di terrorismo, seminando morte e distruzione. Possibile che la portata storica ed economica di questa era digitale non sia stata ancora compresa fino in fondo, dai singoli e dalle istituzioni? Come si può non vedere e non riconoscere l’arretratezza culturale e politica di una società che si è consegnata mani e piedi alla Rete senza conoscerla fino in fondo, senza riuscire a comprendere l’importanza della ditesa della propria vita, non dalla Rete, ma sulla Rete?”

Prima – Presidente Soro, partiamo dai media tradizionali, giornali, radio e televisione. Qual è il suo bilancio dopo 20 anni di normativa a tutela della privacy? Abbiamo a che fare con media affidabili?

Antonello Soro – Io dico che la cultura della privacy non è cresciuta abbastanza. Siamo sempre pronti a difenderla quando è la nostra, per poi scoprirci molto indulgenti su quella degli altri. In questi 20 anni la cultura del rispetto della dignità delle persone non è migliorata di molto. Nella società, come sui media. Certo, esistono i codici deontologici, le Carte in difesa dei soggetti più deboli. In teoria i passi in avanti, sono stati notevoli. Ma nella quotidianità ci troviamo troppo spesso di fronte ad abusi e a una certa ritrosia a riconoscere gli errori, a intervenire rapidamente per ristabilire un diritto violato.

Prima – Siamo ancora al mostro sbattuto in prima pagina per vendere qualche copia in più?

Soro – Diciamo che esiste ancora una tendenziale sottovalutazione dell’importanza della riservatezza. Ha influito molto il dilagare della tecnologia, dei social. Se tutti condividono e mettono in piazza la loro vita, allora la riservatezza sembra contare meno, questo è il pensiero dominante di cui i media sono interpreti e specchio fedele. Fino al grande abuso, alla grande violazione che ripropone il tema, l’urgenza, la presa di coscienza. rs

Prima – La crisi della stampa ha inciso su questa mancata affermazione di un’informazione rispettosa della persona?

Soro – Ha inciso in negativo, non c’è dubbio. Prevale sui nostri mezzi d’informazione la tendenza a privilegiare la notizia che fa vendere copie, che suscita la curiosità dei lettori, ma la curiosità è spesso anticamera della morbosità. E incoraggiando questo approccio si produce – non sempre, intendiamoci – un’informazione spettacolarizzata, un continuo processo mediatico. I talk show diventano tribunali in tempo reale e già in prima serata si emettono sentenze su casi del pomeriggio o della mattina stessa. Dal canto loro i giornali, per stare dietro alla televisione, pubblicano intere trascrizioni di intercettazioni, senza rispettare il principio di essenzialità, come pure legge e deontologia imporrebbero loro di fare. Ci troviarno a leggere tutti i giorni dettagli sulla vita delle persone che nulla aggiungono alla comprensione corretta dei fatti, dettagli che spesso devastano le esistenze di personaggi non protagonisti delle storie. In questo senso le cose non vanno assolutamente meglio del 1998, quando fu varato il codice deontologico dei giornalisti sulla privacy.

Prima – Forse basterebbe aggiornare le regole professionali, il codice, appunto.

Soro – Ci abbiamo provato, anche ultimamente. Ma l’Ordine dei giornalisti alla fine si è tirato indietro. Io credo che i giornalisti svolgano una funzione culturale decisiva in una società democratica come la nostra. E dovrebbero essere i primi a sollecitare se stessi, i propri organi di categoria, a tenere aggiornato quel sistema di regole che supporta il lavoro di migliaia di cronisti ogni giorno. Mi auguro che ci si ritrovi presto a parlarne e a trovare soluzioni e ammodernamenti condivisi. Dopo 18 anni un codice deontologico può e deve essere migliorato.

Prima – Condividiamo solo in parte il suo giudizio. Molti giornalisti lavorano con la Carta di Treviso o quella di Roma sui rifugiati sul tavolo, mi creda.

Soro – Ma non c’è dubbio, lo so. Molti giornalisti soffrono nel vedere il voyeurismo prevalere sull’informazione nei loro giornali o nei loro programmi televisivi. Ne concosco tanti anch’io. Ma è un fatto che i processi mediatici si fondino sulla presunzione di colpevolezza anziché d’innocenza, con effetti inevitabilmente distorsivi sulla cultura e la qualità dell’informazione. Persino sui valori della Carta di Treviso, che tutela i minori, ho assistito in questi giorni a un caso di violazione enorme: nome di fantasia del figlio minore, con nome e cognome (e foto) della mamma, con tanti saluti al principio di anonimato del ragazzo.

Prima – Anche i codici della giustizia arrancano dietro a un universo, quello del progresso tecnologico, che muta sembianze ogni giorno.

Soro – E’ così. Le rivoluzioni del passato hanno avuto il tempo di maturare e far sedimentare i cambiamenti. Qui la velocità è tale che il diritto stenta a starci dietro. Parlo del diritto in senso assoluto, come della macchina operativa che quel diritto deve far valere ogni giorno, ovvero la giustizia. In questo periodo siamo subissati di richieste di rimozione di contenuti lesivi della dignità da parte di singoli nei confronti di siti web. Ma secondo le norme un provider deve lirimuovere un contenuto, un post, una foto o un video, in presenza di una segnalazione qualificata, in particolare dell’autorità giudiziaria. La magistratura ha i suoi tempi, oggi assolutamente inadeguati a stare dietro a questo tipo di dinamiche. Una foto che resta online anche solo per poche ore può essere condivisa e distribuita migliaia di volte. Quando arriva il magistrato a rimuovere, lo tsunami digitale è già esploso e spesso concluso.

Prima – Com’è il rapporto con Google e i grandi social network?

Soro – Anche la medaglia dei social ha due facce. Da una parte ci sono gli utenti che alimentano il traffico e anche il business dei gestori. E qui siamo davvero all’anno zero della consapevolezza. Gli utenti credono ancora che quando si condivide un video o una foto con un amico, un parente o un gruppo ristretto quel contenuto sia protetto e al sicuro. Quasi fosse una storia tra chi posta e chi riceve. La presunzione di anonimato è ancora troppo diffusa e infondata, col risultato che si arriva a un’esposizione di sé eccessiva e deleteria. Una persona che posta una sua foto sul proprio profilo Facebook o la condivide anche solo con due persone non può mai essere certa che uno solo di quei due amici un giorno non deciderà di metterla in piazza. La storia di Tiziana Cantone è emblematica e ha segnato le nostre coscienze in modo profondo.

Prima – L’altra faccia della medaglia sono i gestori, i grandi provider mondiali, giusto?

Soro – La sensibilità dei gestori nel prevedere meccanismi di oscuramento automatico di contenuti di odio razziale o di propaganda terroristica è aumentata. Ma non possiamo pensare che queste funzioni di controllo e intervento possano essere delegate a un algoritmo a soggetti privati che comunque perseguono interessi commerciali. Puntiamo molto sul nuovo regolamento europeo approvato ad aprile. Sarà efficace dal 2018, ma già oggi indica una linea da seguire. Diritto all’oblio e quello alla portabilità dei dati, la nuova figura del responsabile della protezione dei dati, l’obbligo di comunicare le violazioni di dati personali, i limiti alla profilazione delle persone. Su molti fronti le regole saranno stringenti, condivise e applicabili in tempo reale con il solo intervento del Garante.

Prima – Ci vorrebbe un garante-ministro con poteri di intervento paralleli a quelli del magistrato ordinario.

Soro – La nostra funzione di intermediazione sarà sempre più strategica. Dobbiamo investire sulla consapevolezza degli utenti, rafforzare il potere di intervento del cittadino nell’ottenere la rimozione di un contenuto lesivo in un rapporto con il gestore che oggi è squilibrato. Puntiamo sulla comprensione del mondo politico, le procedure vanno aggiornate continuamente, e sulle famiglie, sulla scuola. È quello il luogo dove far passare il messaggio culturale. La dimensione digitale non è un mondo virtuale, è la realtà. Non esiste l’impunità per un atto compiuto su un social. Troppo spesso i genitori sono complici dei figli nel non difendere questo principio. Dobbiamo essere i primi a voler difendere la nostra dignità, informandoci e imparando a conoscere gli effetti che i nostri comportamenti sulla Rete possono produrre.